| Nucleare: a 20 anni dal referendum le ragioni del SI. di Daniele Capezzone. |
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| 09/11/2007 | |
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9 Nov. - A venti anni di distanza dal referendum dell'8 e 9 Novembre 1987 in cui gli italiani, chiamati ad abrogare tre disposizioni di legge, hanno detto no al nucleare, abbiamo chiesto a Daniele Capezzone di spiegarci le sue ragioni del SI. Bisogna riaprire con coraggio il discorso del nucleare.
Anche su questo c'è troppo immobilismo, troppo conservatorismo in un pezzo della sinistra (non in Commissione, ma nelle leaderhip politiche), ed è il momento di dire no alla cultura dei no. L'Italia ha commesso, in tutti questi anni, un errore fatale, scegliendo la via di una pressoché totale dipendenza dal gas (nel nostro paese, dipende dal gas il 62% dell'energia elettrica), e così consegnandosi -mani e piedi- ai due grandi fornitori (Russia e Algeria, e solo in quota minore la Libia), i quali -secondo un'operazione di cartello da manuale- si sono naturalmente affrettati ad accordarsi tra loro. E non troppo più gloriosa, in prospettiva, rischia di essere la sorte dell'Europa nel suo insieme, che, secondo le tendenze attuali, vedrà circa raddoppiare -nei prossimi anni- il proprio fabbisogno di gas, anche in questo caso firmando la propria dipendenza, a quel punto non solo energetica, dal "sistema Putin". Da questo punto di vista, e ferma restando un'auspicabile iniziativa corale europea, ci sono -a mio parere- due piani di discussione e di lavoro. Il primo è quello, più strettamente operativo, del "che fare" energetico. E su questo piano la risposta è chiara: dobbiamo sconfiggere la cultura dei "no", che imperversa in modo devastante. Occorre quindi adottare misure che ci rendano meno "dipendenti" dal gas: e va quindi giocata la carta del nucleare, così come quella del carbone (senza sottovalutare il problema delle emissioni, che può essere tuttavia affrontato in modo ragionevole grazie al "carbone pulito"; e -soprattutto- sapendo che nel mondo ci sono una cinquantina di paesi fornitori, e quindi difficilmente potremmo esserne "strangolati"); così come non va certo trascurata la via, anch'essa importante, delle fonti rinnovabili; e va anche giocata la carta del risparmio (che, senza mutare il nostro stile di vita, può portarci a significative riduzioni dei consumi, fino al 15%). E peraltro, anche tornando al gas, è sconcertante (e, letteralmente, "contro i nostri figli", come si dovrebbe dire in questi casi) l'opposizione alla realizzazione dei rigassificatori di cui abbiamo urgente bisogno: si tratta -invece- di impianti sicuri, e che ci consentirebbero di essere più liberi e più tranquilli nell'approvvigionamento energetico. Il secondo piano, in assoluto il più rilevante, è quello geopolitico e geostrategico. Nessuno è così ingenuo o così sciocco da ritenere che "con Putin non si debba parlare". Al contrario: bisogna parlargli e molto, ma a testa alta. Sapendo, come ha giustamente scritto il Wall Street Journal, che il leader russo sta usando il gas (e il petrolio) "come un tempo Mosca usava i carriarmati". E non si tratta solo dei fatti di oggi, o, qualche mese fa, dell'accordo con l'algerina Sonatrach, ma di un'operazione ben più ambiziosa, che vede Putin al centro della costruzione di un nuovo "polo" sullo scacchiere globale, grazie agli accordi realizzati con l'Iran e -su un altro piano- con il Venezuela. Occorre quindi mettere in agenda il tema "energia e democrazia": sapendo che la sfida è quella lanciata da autocrazie, da regimi autocratici o comunque non democratici, che sono oggi (e in prospettiva saranno sempre di più) quelli che tengono banco nella decisiva partita energetica. Non so quanto si potrà fare in questa legislatura: ma, in Commissione, vi sono tante persone ragionevoli, di centrodestra e di centrosinistra, che vogliono impegnarsi nella direzione della modernizzazione e di un saggio, ragionevole "no" alla cultura dei "no", dei veti, dei "non si può fare". Daniele Capezzone |
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