| QUANDO SI PARLA DI REPUBBLICA DELLE BANANE... |
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| 13/03/2008 | |
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14 mar. - di Francesco Fusco - E’ una storia che ha dell’incredibile, una di quelle che
una volta si raccontavano a proposito di certi Paesi dell’Africa o del
Centramerica che avevano fatto coniare il detto “repubblica delle
banane”. Noi in Italia non abbiamo bananeti, ma purtroppo c’è sempre
qualcuno che ci prova, anche sapendo che per tante ragioni, oltre che
per il clima, quelle piante non dovrebbero attecchire.
Ma soprattutto perché un Palazzo di Giustizia dovrebbe essere il meno adatto per un tentativo del genere. Invece ci riesce.
E’ il caso di Edi Pinatto, 42 anni, da sette Pubblico Ministero a Milano, il quale in quasi otto anni non è riuscito a scrivere le motivazioni di una sentenza da lui stesso emessa allorché era giudice presso il Tribunale di Gela.
L’effetto di questa aberrante lentezza è che le persone dallo stesso condannate otto anni fa a 24 anni di carcere e i loro complici, condannati a pene minori, sono in libertà.
E non si tratta di personaggi qualunque, ma di mafiosi, che dopo due anni sono tornati a passeggiare per le strade di Gela per scadenza dei termini.
La storia di questo processo inizia inizia nel dicembre del 1998, quando i carabinieri del Ros arrestano una cinquantina di mafiosi in tutta la Sicilia, tutti favoreggiatori e uomini di Bernardo Provengano fra cui Giuseppe Lombardo, Carmelo Barbieri, Maria Stella Madonia e Giovanna Santoro, rispettivamente sorella e moglie del boss della Cupola, Piddu Madonia il quale sta scontando una serie di ergastoli, tutti considerati esponenti di primo piano di Cosa nostra.
Una parte del processo per competenza, passa al tribunale di Gela ed Edi Pinatto allora presiedeva la sezione che processerà i mafiosi.
Il 22 maggio del 2000, viene emessa la sentenza di primo grado. Edi Pinatto condanna Lombardo e Barbieri a 24 anni di reclusione ciascuno, Maria Stella Madonia a 10, Giovanna Santoro ad 8 ed altri a pene minori. Il magistrato avrebbe dovuto pubblicare i motivi della sentenza tre mesi dopo la conclusione del processo, ma , siamo in marzo del 2008, non lo ha ancora fatto. Frattanto nel 2002 tutti i condannati sono stati scarcerati per scadenza dei termini di custodia cautelare.
A nulla sono valse le denunce fatte al Ministero della Giustizia dal sindaco di Gela Rosario Crocetta.
E la denuncia del fatto al CSM da parte del Presidente del Tribunale di Gela Raimondo Genco, ha sortito come effetto solo la perdita di due anni di anzianità.
Ma di motivazioni della sentenza non se ne parla.
Edi Pinatto al cronista di Repubblica che gli chiede conto di questo ritardo risponde serafico : "Sì lo so, ma non è la prima volta, non sono il solo a metterci tanto tempo. Le scriverò fra alcuni mesi, appena smaltirò questi fascicoli che lei vede sul mio tavolo, e solo allora potremmo parlarne. Adesso mi lasci lavorare".
I mafiosi tornati in libertà continuano a fare i mafiosi a Gela, ed Edi Piatto, e il CSM? Aspettano forse che la Banane della famosa repubblica attecchiscano? Francesco Fusco
scritto da antonio regazzo, aprile 17, 2008 ho letto che il giudice Pinatto è stato trasferito da Gela a Milano prima di redigere le sentenze. Dal momento che i fasicoli devono rimanere a Gela e che le sentenze, senza le carte processuali, non si possono scrivere, mi domando come il giudice Pinatto può redigere le motivazioni stando a Milano. chi ha avuto la brillante idea di trasferirlo? scritto da sem, marzo 14, 2008 Tranquilli, appena diventerà popolare lo troveremo a fare il politico. |
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