| Raddoppiate in 10 anni le famiglie che richiedono un'adozione ma il numero dei bambini non cambia |
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| 15/11/2007 | |
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15 Nov. - S'inceppa il meccanismo delle adozioni. Una "fabbrica" piena di problemi legati soprattutto alla difficoltà di far fronte alle innumerevoli richieste che non riescono ad essere soddisfate. Motivo? L'insufficiente numero di bambini adottabili. Negli ultimi dieci anni è raddoppiato il numento delle famiglie che intendono compiere delle adozioni, ma il numero dei bambini "adottabili" è rimasto invece immutato. La colpa è di un meccanismo farraginoso che non aiuta l'incontro tra la domanda e l'offerta. Pronto il disegno di legge sull'affido internazionale: sarà approvato domani dal Consiglio dei Ministri.
Dove la legge zoppica s'insinua l'arbitrio individuale: meglio un neonato bianco di un treenne nero. Fa migliaia di persone felici, però, anche. In un suo modo sghembo funziona. Vediamola da vicino, allora, questa gigantesca fucina. Solo l'anno scorso, 2006, ha partorito cinquemila nuovi figli. In sei anni, dal Duemila, ne ha portati 25mila: 18mila stranieri, 7mila italiani. La popolazione di una piccola città. La prima cosa da sapere è che la fabbrica dei figli si alimenta dai paesi poveri. Non si adottano bambini dagli Stati Uniti né l'Italia li adotta dalla Spagna o viceversa. I bambini abbandonati sono un indicatore del disagio del Paese in cui vivono. Si trovano lì: in Ucraina e in Colombia, in Vietnam e in Bolivia. Genitori di paesi più ricchi adottano figli di paesi più poveri. In qualche caso per il Paese d'origine l'abbondanza di offerta è vissuta come una vergogna La Russia imperiale di Putin ha reso molto più difficile l'esportazione dei suoi figli: a lungo ha tenuto bloccate le frontiere. Per una sedicente superpotenza avere gli orfanotrofi che traboccano è un'onta. Nei paesi evoluti le famiglie si tengono i figli, non li abbandonano e quando succede la rete di assistenza provvede a trovar loro un'altra casa. In Italia difatti è così. Negli anni Sessanta gli istituti erano pieni e le ruote di carità in perenne funzione. Da più di dieci anni a questa parte i piccoli dichiarati in stato di abbandono sono pochi e in numero costante: più o meno mille ogni anno. Molti di loro, in specie dal Duemila in poi, sono figli di donne straniere. Gli italiani non abbandonano quasi più i loro neonati. Ne consegue che (2006) a fronte di più di 16 mila richieste di adozione - la domanda - i bambini italiani adottabili - l'offerta - sono risultati 1200: meno di uno ogni dieci coppie, nove destinate a restare senza. Inoltre i bambini italiani sono più grandi, quasi sempre in età scolare. Le pratiche per definire l'adottabilità sono giustamente lunghe (deve essere chiaro che nessun reclamerà quel bambino, che sia effettivamente solo al mondo), meticolose e a volte estenuanti le verifiche di compatibilità fra la coppia e il futuro figlio. Il tempo passa, quando si arriva all'adozione sono trascorsi anni. Il mercato italiano è dunque asfittico: pochi bambini già grandi, tempi lunghissimi. Se l'offerta è rimasta stabile la domanda in dieci anni è raddoppiata. Le coppie che presentano istanza erano ottomila nel ‘95 sono sedicimila oggi. Dice Melita Cavallo, capo del dipartimento per la Giustizia minorile, autorità indiscussa e vero guru in materia di adozioni, 25 anni di esperienza in tutte le istituzioni minorili del Paese ed autrice di decine di pubblicazioni fra cui Figli cercasi, bibbia dei genitori adottivi. "Si adotta da Mosè in poi, le madri mettono in salvo i loro figli abbandonandoli, altre madri li salvano dalle acque. Augusto adottò Tiberio per garantirsi la discendenza. Le ragioni dell'abbandono e quelle dell'accoglienza cambiando con le condizioni di vita e con la cultura del tempo. In Italia nel dopoguerra c'erano molti pregiudizi ad adottare: non ci si mettevano volentieri in casa figli di prostitute, figli di nessuno con chissà quale carattere scritto nel dna. Da dieci anni la curva delle richieste è in crescita costante: col benessere aumenta la sterilità, avanza l'età media in cui le donne provano ad avere il primo figlio. Il 90 % di bambini è adottato da coppie senza figli. Nel Nord e nel Centro Italia, dove la ricchezza è più diffusa. I bambini da adottare non sono abbastanza, però. Ecco il boom delle adozioni internazionali". Se non ce ne sono in Italia si cercano fuori: lì i tre requisiti del mercato - disponibilità del bene, rapidità di consegna, qualità - sono migliori. I bambini che arrivano dai paesi stranieri sono più piccoli, arrivano in media dopo due anni di attesa, sono milioni. In sei anni e mezzo su 15 mila domande di adozione internazionale sono entrati nel paese 18 mila bambini: più di uno a coppia. Bisogna affidarsi ad un'agenzia, una delle 72 associazioni autorizzate dal Governo a svolgere le pratiche con l'estero. Il problema sono i costi. Mentre l'adozione nazionale non costa nulla, per un bambino venuto dall'estero la famiglia paga in media 15 mila euro. Bisogna averli. Poi è vero che lo Stato, per i redditi sotto i 70mila euro annui, rimborsa qualcosa o detrae dal fisco. Però intanto bisogna anticiparli ed avere disponibili due mesi di ferie (di mancato guadagno, a volte) per andare nel paese e perfezionare le pratiche. Rosy Bindi, ministro della Famiglia e presidente della Commissione adozioni internazionali, è "proprio felice dell'approvazione in Finanziaria dell'articolo 54, giusto l'altroieri: il congedo per maternità di cinque mesi è esteso ai genitori adottivi ed è fruibile anche nel periodo che precede l'ingresso in Italia del minore. I genitori che vanno a prendere un bambino da ora in avanti ci vanno in congedo per maternità". Bindi, in materia di adozione, espone un principio cruciale e non del tutto metabolizzato dal pensiero dominante: "Non esiste un diritto delle famiglie ad avere un bambino: esiste un diritto del bambino ad avere una famiglia". Ci torneremo quando parleremo nel seguito di questa inchiesta dei bambini "restituiti": una percentuale che cresce con il livello di istruzione e di benessere delle coppie adottive. E' il bambino il soggetto titolare di diritti, non la coppia che lo vuole. E' per il bambino che si fanno le leggi e si adottano cautele. Le leggi, ecco. La loro attuazione. Per chi volesse domattina mettersi in cerca della porta d'ingresso bisogna avvisare che non esiste una banca dati unica, non esiste un coordinamento né un'autorità a cui rivolgersi. In Italia le adozioni nazionali sono di competenza del ministero di Giustizia, Dipartimento giustizia minorile. Quelle internazionali fanno riferimento alla Famiglia e dunque alla Presidenza del Consiglio. E' qui che ha sede la Cai, commissione adozioni internazionali: Bindi presidente, Daniela Bacchetta, magistrato, vicepresidente. Alla Solidarietà sociale di Ferrero fanno capo i soggiorni temporanei di minori stranieri, in specie quel progetto-Bielorussia attraverso il quale sono poi stati adottati centinaia di bambini venuti a risanarsi dall'aria di Chernobyl e poi adottati con procedura speciale. Alle Pari opportunità ci si deve rivolgere per gli abusi e i casi di violenza, la "tratta di esseri umani" è competenza del ministro Pollastrini. Un elenco dei bambini italiani adottabili non esiste: ogni Tribunale custodisce il suo. E' quindi da qui che conviene partire: dal Tribunale della propria città. Dai servizi sul territorio per le informazioni. Dall'Istituto degli Innocenti di Firenze, primo e straordinario ente laico di assistenza all'infanzia abbandonata, per la documentazione: sono loro che elaborano dati e pubblicano monografie. Ecco, ma non sarebbe più sensato un centro unico che per esempio si occupi di evitare le sovrapposizioni di procedure? Evitare i casi di doppia domanda, non arrivare alla scelta che hanno dovuto fare i coniugi F.? Melita Cavallo nel suo studio di via Giulia, Roma: "Sarebbe giusto. Sto andando a un convegno a Paestum a presentare un progetto di banca dati nazionale. Ho scritto libri e collaborato a proposte di legge su questo ma il problema è che dividere è facile, in Italia, accorpare difficile. Ogni ministero, ogni ente tiene stretto quello che ha nella logica di arraffare competenze. Nessuno cede, tutti hanno paura di perdere qualcosa". (La Repubblica)
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