| RAI: la trave negli occhi della politica |
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| 21/12/2007 | |
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22 dic - di Francesco Fusco
C’è una trave negli occhi della politica italiana, uno in quello
di destra, uno in quello di sinistra, intendendo descrivere così le due
“fazioni”, i due differenti punti di vista. La trave si chiama Rai,
l’ente radiofonico e televisivo nel quale – checché se ne dica – per forza di cose si riflettono le simpatie per i due schieramenti politici in seno ad amministratori, dirigenti, funzionari, giornalisti, programmatori, operatori, e perfino fattorini.
Migliaia di persone che lavorano all’interno di una
mastodontica struttura non possono e non devono essere classificati a
seconda del loro pensiero della loro simpatia, della loro morale o
addirittura del modo come votano. L’unica importante valutazione dovrebbe scaturire dalla
loro professionalità, dalla loro capacità di condurre a termine i
compiti loro assegnati, dalla loro onestà intellettuale oltre che
materiale. Soprattutto in una struttura che viene pagata allo stesso
modo da chiunque nel nostro Paese possegga un televisore, e quindi non
può sfuggire alla imposizione del canone da parte dell’ Agenzia delle
entrate.
Il cosiddetto “scandalo” suscitato a più riprese dalla
pubblicazione di intercettazioni telefoniche e strumentalizzato
politicamente quasi a voler mettere una zeppa nel processo di
“pacificazione” politica che farebbe passare gli antagonisti da nemici
a competitori, questa volta ha avuto come oggetto la parte destra dello
schieramento. Ma visto il numero eccezionale di “intercettazioni” di
cui è oggetto chiunque sia in una posizione di potere per quanto
modesto, chi può sinceramente dire che domani non possano venir fuori
altre intercettazioni simili per la parte opposta? Ne abbiamo avuto la
prova con il caso Unipol, i cui riverberi ancora producono effetti
devastanti.
Dobbiamo prepararci – perché rientra nel novero delle cose
possibili - a uno scandalo di colore diverso? O siamo tanto ipocriti da
pensare che l’Italia sia divisa in due parti distinte, una fatta solo
di buoni, puri, onesti da un lato, la sinistra o come diavolo si
chiamerà in un prossimo futuro, depositaria della sola, unica verità, e
dall’altra i cattivi, gli improbi, i mascalzoni, pronti sempre a
mentire, a fare i furbi? Siamo davvero tanto ipocriti, in un momento in
cui il pubblico dibattito è impegnato a mettere in luce concorsi
universitari truccati, cattedre affidate ai figli e ai parenti,
ospedali gestiti da incompetenti iscritti a un partito, da pensare che
la Rai, dove il potere politico ha sempre pescato a piene mani, possa
essere un’isola felice?
Per convincersi del contrario basta vedere
quanti ex-giornalisti RAI siedono oggi in Parlamento, il loro
schieramento, per rendersi conto di come non fossero esenti da simpatie
o da partigianerie. Il partito nel quale oggi militano come deputati o
senatori li ha introdotti, aiutati a far carriera, li ha preparati
sfruttando anche la loro popolarità in video per trasformarli in
legislatori. E allora perché meravigliarsi, perché gridare allo
scandalo? Perché gli italiani pagano il canone, e la Rai dovrebbe
essere un servizio pubblico, uguale per tutti. Come lo sportello
dell’anagrafe o della Agenzia delle entrate. Solo che la Rai non
distribuisce moduli da compilare per la dichiarazioni del redditi, non
emette carte di identità.
Dalla Rai ci arrivano notizie, idee, si
promuovono culture, spesso propinate al pubblico partendo da punti di
vista diversi e a volte preconcetti. Non confeziona un prodotto uguale
per tutti, volerlo ad ogni costo è un’utopia. Quindi o bisogna
rassegnarsi a vederla orientata a seconda del vento che tira e dei
“protettori” che i tanti suoi dipendenti si sono scelti, o bisogna
toglierle questa etichetta ipocrita di servizio pubblico.
E’
semplicemente un’azienda come le altre, che oltre a raccogliere
pubblicità è aiutata dai contribuenti. I quali ne dovrebbero essere i
veri padroni ma non riescono ad esserlo malgrado il telecomando. Ne
viene fuori un Giano bifronte, non solo per questo essere a
un tempo servizio e industria commerciale, ma anche perché al suo
interno, come nel resto del Paese, si agitano anime diverse.
Se vogliamo porre fine al dissidio, agli scandali, rendiamola privata,
sottraiamola al Tesoro, affidiamola a chi ha abbastanza capitali da
detenerne la proprietà. I soldi non mancano in giro, quella che manca è
la volontà politica. Perché ci si illude di poterla utilizzare – senza
lo scandalo di turno - come strumento di potere. E allora le travi che
accecano la politica verrebbero a cadere. Francesco Fusco
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