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Ultimo aggiornamento: 16.05.2008 ore 20:56
RICCARDO ARENA, DA GIORNALISTA A SCRITTORE, PARLA AL CLANDESTINOWEB Stampa E-mail
08/05/2008

8 Mag. di Gianni Zambito. Il giornalista Riccardo Arena si occupa di cronaca giudiziaria al “Giornale di Sicilia”ed è corrispondente de “Il Foglio” e di “Panorama”: ha trattato i più importanti processi tenuti nel capoluogo siciliano, da Andreotti a Dell’Utri a Cuffaro e vinto un riconoscimento come “Cronista dell’anno” e due premi per “Informazione e sanità”.

riccardoarena280x200.jpg Questo mese per Dario Flaccovio Editore, uscirà il suo primo romanzo intitolato “Quello che veramente ami” (256 pp., € 13,50), che l’11 maggio verrà presentato in anteprima alla fiera del libro di Torino da Gian Carlo Caselli alle ore 18, nello spazio di Piazza Italia. “Conosco Caselli dal ’93, quando, con grande forza d’animo e tanto coraggio, venne a Palermo - ci confessa Riccardo Arena. Dopo le stragi del ’92 il momento era quanto mai cupo e privo di prospettive di qualsiasi tipo, e lui aveva già svolto un lavoro altrettanto difficile e rischioso sul terrorismo, negli Anni di piombo. Eppure non si sottrasse all’incarico, dimostrando di essere “uomo d’onore”, ovviamente in senso positivo”.

C’entra anche con il contenuto del romanzo?

“Il mio libro è ambientato proprio tra gli anni Settanta e il ‘92, e parla anche di Sicilia e di mafia: da qui la presentazione di Gian Carlo Caselli ma pure la prefazione di Giovanni Bianconi (esperto di bande armate, terrorismo, Servizi più o meno deviati e Cosa Nostra) e la postfazione di Lirio Abbate (mio amico, esperto di mafia, minacciato per le sue coraggiose cronache)”.

Quali fonti ha privilegiato?

Quello che veramente ami è un racconto di emozioni innestate sulla cronaca, che - ahimè - è quel che mi dà da vivere. Ho cercato dunque di calarmi nella realtà di quegli anni tremendi attraverso la saggistica, leggendo tra l’altro Cuori neri di Luca Telese, Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi, A mano armata di Giovanni Bianconi, Avevo vent’anni di Enrico Franceschini, e, per altri scopi che chi leggerà il mio libro capirà, Noi moriamo a Stalingrado di Alfio Caruso. E poi ho consultato giornali dell’epoca, molti siti Internet sulla cronologia, le storie e le vittime dimenticate degli anni ’70… Poi ho attinto dai miei e dagli altrui ricordi, intervistando me stesso, amici, colleghi siciliani e non, parenti più grandi di età…”

L’amore difficile fra Enrico detto il Tunisi, siciliano emigrato e fascista, e Monica, vicina all’area dell’Autonomia, avrà un riscatto finale?

“La storia d’amore tra i due protagonisti è in realtà la metafora di un amore impossibile: quello tra destra e sinistra, i cosiddetti “opposti estremismi”, che avevano tanti punti in contatto, al punto che allora ironicamente si diceva (lo dicevano soprattutto democristiani e comunisti, i più preoccupati da certi flirt politici) che “gli estremi si toccano”. In realtà, però, a mio avviso per mancanza di coraggio, gli estremisti si toccavano prima solo per menarsi reciprocamente, poi purtroppo anche per ammazzarsi, sempre a vicenda. Proprio in quel periodo si combatteva la guerra del Vietnam, che fu definita la sporca guerra. Non vorrei sembrare riduttivo, ma parafrasando questa definizione mi permetto di dire che quella degli Anni ’70 (tra ragazzi e ragazzi, tra destra e sinistra, tra sinistra e sinistra, tra terroristi e sindacalisti, giornalisti, uomini delle Istituzioni, giudici e poliziotti) fu solo una stupida guerra. Però allora si credeva in qualcosa: magari si sbagliava, però si provava a cambiare il mondo cominciando da se stessi”.

Il passaggio dalla scrittura giornalistica alla narrativa è stato spontaneo e indolore?

“Macché! Quello che veramente ami l’ho iniziato negli anni Ottanta con un altro titolo e più volte modificato, ma solo quando ho deciso di tentare la pubblicazione l’ho interamente riscritto, per ben due volte, tra il 2006 e il 2007. Il punto è che uno come me, che di mestiere scrive, si è riscoperto novellino, perché realizzare un articolo di cronaca, per quanto possa essere complesso, è cosa totalmente diversa dallo scrivere un libro”.

Qualcuno ti ha spinto a pubblicarlo?

“A pubblicare mi sono convinto da solo: dopo anni di pressioni, mia moglie - l’unica che sapeva e che aveva letto - aveva quasi rinunciato ai suoi pazienti quanto vani tentativi di persuasione. Un giorno ho deciso di provare. Lo dovevo a mio padre, cui il romanzo è dedicato”.

Da siciliano, pro o contro la costruzione del ponte di Messina?

“Io sono un inguaribile romantico. Il ponte mi affascina, perché sarebbe senz’altro un gioiello architettonico e tecnologico, come il ponte che unisce Svezia e Danimarca o il tunnel sotto la Manica. Ma ragioni sentimentali mi legano ai laghi di Ganzirri, che sarebbero cancellati dalla mega-opera: dunque sarei portato a dire di no. Ma il ponte è l’emblema di quest’Isola: che parla, sparla, progetta, discetta, si affanna, si scanna, ma sempre Isola resta. Dunque senza ponte”. (Giovanni Zambito)

Commenti (1) >>
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scritto da Giulia, maggio 15, 2008

Un amante della sicilia , un siciliano non puo'pensare che la Sicilia diventi una penisola.


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