| Solo l'1,1% del PIL è l'investimento italiano nella ricerca, agli ultimi posti nei Paesi OCSE |
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| 27/11/2007 | |
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27 nov. - Luci e ombre nel sistema italiano sulle
risorse finanziarie e umane nel comparto Ricerca e Sviluppo. I
brevetti ci vedono lontani dai Paesi avanzati, anche se in
crescita sul piano delle pubblicazioni.
Il Consiglio Nazionale
delle Ricerche (Cnr) ha realizzato un agile data book, dal
titolo "Scienza e tecnologia in cifre. Statistiche sulla
ricerca e sull'innovazione", che raccoglie i principali
indicatori relativi all'impegno italiano e internazionale in
ricerca e sviluppo
(R&S): risorse finanziarie ed umane,
pubblicazioni, brevetti, import-export, high-tech, innovazione,
ricadute a livello economico e produttivo. "Il sistema
scientifico italiano soffre ancora per l'insufficiente livello
di stanziamenti", sostiene Secondo Rolfo, direttore
dell'Istituto di ricerca sull'impresa e lo sviluppo (Ceris) del
Cnr di Torino: 15.252 milioni di euro complessivi tra comparto
pubblico e imprese (dati 2004) pari all'1,1% del Prodotto
interno lordo (Pil). Una cifra che colloca l'Italia al nono
posto tra i paesi Ocse, Cina e Israele: al primo posto della
graduatoria compaiono gli Stati Uniti con 312,5 miliardi di
dollari Usa (a parita' di potere di acquisto), seguono con 118
il Giappone e la Cina con 94, Germania (59,2) Francia (38,9) e
Regno Unito (32,2), Corea (28,3), Canada (20,8).
Nel 2004 si segnala comunque un aumento rispetto al 2003
dell'1,2 per cento, dopo una generale diminuzione negli anni
novanta.
Il rapporto R&S/Pil assegna all'Italia
l'ultimo posto nei Paesi Ocse, Cina e Israele, a pari merito
con la Spagna: nella graduatoria, Israele e' al primo posto con
il 4,4, la Svezia investe il 4,0, la Finlandia il 3,5, il
Giappone 3,2, la Svizzera e la Corea il 2,9%. Gli altri paesi
oscillano tra il 2,7% degli Stati Uniti e l'1,2% dell'Irlanda.
Sia come valore assoluto, sia come incidenza percentuale, le
risorse finanziarie impegnate nelle attivita' di R&S collocano
insomma l'Italia nella fascia medio-bassa dei paesi
industrializzati, molto lontano dal 3% del Pil proposto a
Lisbona come obiettivo della politica comunitaria tesa a fare
dell'Unione la prima economia al mondo basata sulla conoscenza.
La spesa complessiva per R&S intra-muros, cioe' svolta da
imprese private, istituzioni pubbliche e istituzioni non profit
al proprio interno, con proprio personale e con proprie
attrezzature, nel 2004, e' sostenuta per il 47,8% dalle imprese
(7.293 milioni di euro) e per il 32,8% dalle universita' (5.004
milioni di euro). Piu' contenuto il peso delle altre
istituzioni pubbliche e del non profit, rispettivamente con il
17,8% e 1,5%.
In Italia la spesa delle imprese in ricerca rappresenta lo
0,53% del Pil, dunque circa la meta' dello sforzo complessivo
nel comparto.
Ma si posiziona molto distante da
quella delle imprese degli altri paesi Ocse, Cina e Israele.
Sempre in rapporto percentuale al Pil e' Israele con il 3,25 a
occupare la prima posizione; seguono Svezia e Finlandia
rispettivamente con 2.93 e 2,42. Prima di noi Germania con
l'1,75, Danimarca (1,69), Austria (1,51) e Francia (1,34), ma
anche Cina (0,82), Irlanda (0,78) e Spagna (0,58).
A livello locale, osservando i dati sulla spesa, al primo
posto compare il Nord-ovest con il 36,9 della spesa
complessiva, seguito dal Centro (26,6), dal Nord-est e dal
Mezzogiorno (rispettivamente 18,3%-5 e 18,2%). L'investimento
in R&S delle imprese e' concentrato per piu' della meta' (54,9) nel Nord-ovest.
Le differenze territoriali si attenuano
considerando la spesa per ricerca sostenuta dagli altri
settori: il 57,3 per cento dell'attivita' di ricerca delle
istituzioni pubbliche si svolge infatti nell'Italia centrale
(in particolare nel Lazio) e il 30,7 per cento di quella
universitaria nel Mezzogiorno.
Nel 2004, il personale italiano
impegnato in attivita' di ricerca e' pari a 164.026 unita' a
tempo pieno, di cui 72.012 ricercatori, con un aumento dell'1,4
rispetto all'anno precedente.
Confrontando questi numeri con
quelli internazionali vediamo gli Stati Uniti al primo posto
con circa 1.335 migliaia di ricercatori (in equivalente tempo
pieno) e, tra i paesi europei, la Germania con 270,7 mila:
cioe' quattro volte l'Italia.
Paesi di dimensioni molto
ridotte, in termini di popolazione, rispetto all'Italia, come
Svezia, Finlandia e Paesi Bassi, hanno circa la meta' dei
nostri ricercatori.
Questo rilevante investimento di risorse
umane, ma anche finanziarie, nella R&S colloca questi paesi tra
i primi posti per spesa e numero di ricercatori rispetto agli
occupati.
Prendendo in esame il personale di ricerca in
rapporto alla forza lavoro, poi, il nostro paese si trova in
penultima posizione (0,673, cioe' poco piu' di 'mezzo'
ricercatore ogni 1.000 unita' di forza lavoro) tra i paesi Ocse
ed e' seguito solo dalla Cina (0,150), lontanissimo da
Finlandia (primo posto con 2,229), Svezia (1,623) Danimarca
(1,481) e Giappone (1,349).
La distribuzione territoriale del
personale addetto alla R&S mette in luce la maggiore
concentrazione di addetti nelle regioni del Nord-ovest (32,1),
seguite da quelle del Centro (28,0) e nel Mezzogiorno (20,6).
A
livello di singole regioni, il 18,3 del personale addetto alla
R&S si trova nel Lazio; seguono la Lombardia (17,9) e il
Piemonte (11,1).
A fronte dell'aumento del personale registrato
a livello nazionale nel 2004, il Piemonte, la Lombardia, il
Lazio, le Marche e la Sardegna perdono addetti.
"I dati sulle pubblicazioni su riviste
scientifiche ottenute da ricercatori italiani testimoniano una
produttivita' della ricerca pubblica a livelli confortanti e in
crescita nel tempo', sostiene il direttore del Ceris. La
percentuale di citazioni di articoli scientifici di ricercatori
italiani nelle pubblicazioni scientifiche e' notevolmente
aumentata fra il 1992 e il 2003: si e' passati da 2,04% al
3,01% sul totale mondiale delle citazioni.Meglio di Spagna,
Paesi Bassi, Svezia, Canada, Cina e Svizzera.
Un indicatore
particolarmente significativo dei risultati della ricerca
(molto vicino all'applicazione pratica) e' costituito dai
brevetti. In questo campo il nostro Paese ('un popolo
d'inventori') non occupa le prime posizioni. Prendendo in esame
il totale dei brevetti domandati (presso l'European Patent
Office e il Japanese Patent Office) o rilasciati (dal United
States Patent and Trademark Office), l'Italia copre l'1,56% del
totale, dietro a Stati Uniti (37,56), Giappone (25,85),
Germania (13,82), Francia (4,54), Regno Unito (3,76), Paesi
Bassi (1,94), Svizzera (1,72), Corea (1,60).
Altro indicatore
che evidenzia il livello scientifico-tecnologico di un paese e'
lo scambio di tecnologia, rappresentato da brevetti,
invenzioni, licenze, know how, marchi da fabbrica, servizi con
contenuto tecnologico (come assistenza tecnica, formazione del
personale, servizi di ricerca e sviluppo, ecc.). La cronica
situazione deficitaria della bilancia dei pagamenti della
tecnologia dell'Italia e' migliorata: rispetto alla spesa per
R&S il saldo dei pagamenti e' passato da -6,35 del 1992 a -1,10
del 2004. Sempre preponderante e' l'esborso per acquisto di
diritti di sfruttamento di brevetti, ma aumentano notevolmente
gli incassi per servizi con contenuto tecnologico, di ricerca e
sviluppo (piu' che raddoppiati nel periodo 1995-2005).
"Il
nostro e' un paese - conclude Rolfo - che pur mostrando
particolari successi sia imprenditoriali sia settoriali, in
generale manifesta un livello scientifico-tecnologico del
'sistema paese' non esaltante. Lo conferma un indicatore come
le esportazioni delle industrie manifatturiere ad alta
tecnologia in rapporto al totale delle esportazioni delle
industrie manifatturiere".
Fra i paesi Ocse, per prima troviamo
l'Irlanda con oltre la meta' (51,6) dei manufatti esportati ad
alta tecnologia. Seguono Ungheria (30,0), Stati Uniti (28,5),
Giappone (26,5), e poi Regno Unito, Paesi Bassi, Francia e
molti altri. L'Italia esporta solo l'8,6% dei manufatti ad alta
tecnologia, sopravanzata da Repubblica ceca (13,5), Slovenia
(10,9), Grecia ((9,8), Spagna (9,3).(AGI)
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