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L'ultimo rapporto Save the Children documenta l'impatto dei conflitti sulle
bambine, che costituiscono il 57% del totale dei minori oggi fuori
dalla scuola.
A causa delle guerre sono le bambine le prime ad essere escluse
dall'istruzione e le principali vittime delle più gravi forme di abuso
e violenza
Vittime due
volte: della guerra e della loro condizione di giovani donne. Che
significa, spesso, dover rinunciare prima dei coetanei maschi alla
scuola e subire gravissime violazioni. Quali essere utilizzate come
bambine-soldato o mogli-bambine, subire terribili violenze e abusi
nell'ambito di raid di pulizia etnica, essere molestate e sfruttate
persino all'interno dei campi profughi e per opera di chi dovrebbe
proteggerle: personale governativo, insegnanti, operatori umanitari.
Si
intitola "Bambine senza parola" il Rapporto che Save the Children, la
più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e
promozione dei diritti dell'infanzia, diffonde oggi in occasione del
rilancio della campagna internazionale "Riscriviamo il Futuro", partita
un anno fa in 47 paesi del mondo con l'obiettivo di portare a scuola ed
assicurare entro il 2010 un'istruzione di miglior livello a 8 milioni
di bambine e bambini che vivono in nazioni in guerra o reduci da guerre.
Un
dossier che, fissando l'attenzione sulle bambine e sul devastante
impatto che i conflitti hanno sulle loro vite - si stima che l'80%
delle vittime civili di una guerra siano donne e bambini - è allo
stesso tempo un crudo documento ma anche un'occasione per tornare a
dire che il diritto all'istruzione per quei milioni di minori che
vivono in aree di conflitto deve essere una priorità dell'agenda
politica. Diversamente, 30 milioni di bambini - la maggior parte in
nazioni in guerra - saranno ancora esclusi dalla scuola nel 2015 e il
secondo e terzo Obiettivo del Millennio, ovvero diritto all'educazione
primaria per tutti i bambini e parità di accesso a scuola per bambini e
bambine, non verranno raggiunti."Non ci stancheremo di sottolineare
il ruolo e la forza dell'istruzione, formidabile leva di cambiamento,
in grado di permettere a una bambina o bambino di emanciparsi da un
futuro di povertà, sfruttamento, insicurezza", commenta Maurizia
Iachino, Presidente di Save the Children Italia. "Se poi teniamo
presente che il più alto numero di minori esclusi dall'istruzione si
trova in paesi in conflitto e che le bambine sono la maggioranza, è
chiaro che bisogna concentrare gli sforzi e le risorse sui paesi in
guerra e sulle bambine. Altrimenti milioni di ragazze saranno le ultime
non solo a scuola ma anche nella vita".

Sono 77 milioni nel mondo i
bambini che non vanno a scuola. 39 milioni, stima Save the Children,
vivono in uno dei 28 paesi oggi ancora in guerra o reduci da conflitti
. In queste nazioni particolarmente, ma anche in quelle stabili e in
pace, le bambine risultano discriminate nell'accesso a scuola: il 57%
del totale dei minori esclusi dall'istruzione è rappresentato da
bambine. Inoltre quasi 1 bambina su 5 che si iscrive in prima
elementare, non riesce a completare il ciclo di istruzione primaria.
Una condizione di disparità che nei contesti di conflitto si aggrava ulteriormente. In
alcune zone del Sud Sudan, per esempio, l' 82% delle bambine non è
iscritto a scuola, mentre nelle aree rurali dell'Afghanistan questa
percentuale arriva anche al 92%.
"In tempo di guerra le bambine e le
adolescenti sono un gruppo particolarmente vulnerabile e a rischio di
gravissimi violazioni dovute alla discriminazione di genere e al ruolo
che viene assegnato loro nella società", spiega Valerio Neri, Direttore
Generale di Save the Children Italia.
Non a caso alla vigilia,
durante o subito dopo un conflitto le bambine sono le prime alle quali
viene negata la possibilità di andare a scuola. Le ragioni di ciò
sono varie: i genitori temono che le scuole possano essere attaccate da
miliziani e quindi che le ragazze vengano forzatamente reclutate negli
eserciti; oppure temono che le proprie figlie siano vittime di molestie
e abusi da parte dei compagni di scuola o degli insegnanti. In altri
casi il fattore può essere economico: se ci sono dei costi da sostenere
per le rette o il materiale scolastico e le famiglie, impoverite dalla
guerra, non hanno soldi sufficienti, le bambine saranno le prime a
dover rinunciare alla scuola e ad essere richiamate in casa per
supportare economicamente il nucleo familiare.
Ma l'impatto di
una guerra non si esaurisce qui: donne di tutte le età, documenta il
Rapporto "Bambine senza parola", si trovano ad affrontare lo
sfollamento, la perdita di casa e proprietà, di familiari e parenti, la
povertà. Donne, ragazze e bambine sono inoltre vittime di omicidi,
torture, scomparse, schiavitù sessuale, abusi sessuali e gravidanze e
matrimoni forzati, come nel caso di tante bambine assoldate e rapite
dalle milizie armate.
Si stima che di oltre 250.000 bambini
impiegati come soldati, più del 40% siano bambine e adolescenti.
Essere "soldato" per una ragazza significa sottostare agli ordini dei
combattenti, fare loro da domestica e infermiera, diventare loro
"moglie": ovvero essere oggetto di abusi sessuali da parte di uno o
più miliziani, avere elevate probabilità di contrarre il virus
dell'Hiv/Aids, nonché di restare incinte anche a 10 anni.
Ma guerra significa anche uso della violenza contro le donne, in particolare dello stupro, come vera e propria arma. "La
violenza sessuale nei confronti di bambine e adolescenti è spesso
utilizzata in campagne sistematiche di terrore e intimidazione, proprio
per obbligare i membri di una certo gruppo etnico, culturale o
religioso ad abbandonare le loro case", spiega Carlotta Sami, Direttore
dei Programmi di Save the Children Italia. Ma anche quando la guerra
sembra essere alle spalle se non addirittura finita bambine e donne
rischiano di trovarsi ad affrontare altre violenze, per esempio nei
campi rifugiati dove possono subire abusi da parte di funzionari
governativi, guardie di frontiera, contrabbandieri, membri delle forze
armate e a volte anche di altri rifugiati, durante il lungo cammino
verso i campi e all'interno degli stessi. Questi luoghi rappresentano
inoltre un luogo di particolare interesse per i trafficanti di esseri
umani che prediligono le pre-adolescenti e le bambine essendoci meno
possibilità che siano affette dall'Hiv/Aids rispetto alle ragazze più
grandi. Infine donne e ragazze non sono al riparo dall'abuso e
sfruttamento sessuale neppure quando si trovano a stretto contatto con
gli operatori umanitari, come documentato da Save the Children in un
suo recente dossier sulla Liberia .
In
un contesto di così alto rischio e gravi violazioni, sia durante che
dopo un conflitto, "la scuola può giocare un ruolo fondamentale per la
protezione di ragazze e bambine da abusi e violazioni e rappresentare
un luogo sicuro dove ripararsi", sottolinea Valerio Neri, Direttore
Generale di Save the Children Italia. "A scuola poi si apprendono
informazioni utili alla salute e sicurezza personali, per esempio
sulla prevenzione dell'Hiv/Aids o sulle mine anti-persona". Infine "la
scuola costituisce forse l'unica occasione, per milioni di bambine e
bambini che vivono in aree instabili, conflittuali e povere, di
garantire a sé e alle proprie comunità un futuro diverso e migliore".
In particolare per le bambine, è ormai appurato lo stretto rapporto fra
scolarizzazione femminile e maggiore benessere e sviluppo sociale: per
esempio, un aumento dell'1% dell'istruzione femminile genera una
crescita del Pil dello 0,37%; l'iscrizione alla scuola primaria delle
bambine può produrre una riduzione della mortalità infantile del 4, 1
per mille; l'educazione può contribuire a prevenire circa 700.000
contagi da Hiv all'anno e a migliorare la salute materno-infantile.
A
poco più di un anno dal lancio della Campagna Internazionale
"Riscriviamo il Futuro" (il 12 settembre scorso), Save the Children
continua dunque a fare pressione sui governi e le opinioni pubbliche
affinché il diritto all'istruzione per i 39 milioni di minori che
vivono in nazioni in guerra o reduci da conflitti, con particolare
attenzione alle bambine, sia assunto come prioritario nelle agende
politiche nazionali e internazionali e non siano tradite le promesse
fatte.
Nel 2005 infatti i paesi donatori, compresa l'Italia,
hanno assunto impegni in aiuti all'educazione primaria per 3 miliardi
di dollari, per poi erogarne circa la metà. In particolare, l'Italia si
colloca all'ultimo posto della lista dei paesi donatori per fondi
destinati all'educazione: data infatti la cifra di 9 miliardi di
dollari necessaria a garantire educazione per tutti i bambini entro il
2015, il nostro paese risulta quello che ha contribuito meno al
raggiungimento di tale cifra, con uno stanziamento di appena 15 milioni
di dollari.
Affinché dunque l'Italia non sia più l'ultima
della lista, Save the Children Italia lancia oggi una Petizione con
raccolta di firme destinate al Ministro degli Esteri Massimo D'Alema in
cui chiede di:
- incrementare significativamente gli aiuti all'educazione, destinandone una quota adeguata ai paesi in conflitto
- in
particolare almeno il 50% dei fondi settoriali per l'istruzione
primaria dovrebbe andare alle nazioni colpite o reduci da guerre a cui
invece l'Italia destina il 38% di tali fondi
- impegnarsi in sede
internazionale affinché l'educazione diventi parte rilevante e
prioritaria delle politiche e degli interventi in contesti di emergenza
- in
particolare, al fine di garantire non solo l'accesso all'istruzione, ma
anche standard di qualità adeguati, è necessario diffondere e
promuovere l'utilizzo dei Minimum Standards for Education in
Emergencies, Chronic Crises and Early Reconstruction (MSEE) nel
ripristino dei servizi scolastici durante e dopo un conflitto.
Inoltre Save the Children chiede e raccomanda al Governo italiano di:
-
promuovere e sollecitare nelle sedi internazionali una maggiore
partecipazione e coinvolgimento delle donne nelle operazioni di
peacekeeping e nei processi di post conflitto, in quanto elemento
chiave non solo per la tutela e la promozione dei diritti delle donne,
delle bambine e dei bambini in contesti di guerra o post conflitto, ma
anche come uno dei fattori di successo dell'intervento stesso
-
adoperarsi affinché siano incrementati e implementati i programmi di
smobilitazione e riabilitazione (Ddr ) per le ex-bambine soldato,
attualmente pari al 2% del totale dei programmi di Ddr. (Save the Children)
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