| TIBET: I MONACI SFIDANO LA CINA - 4 GIORNI DI PROTESTE REPRESSE NEL SANGUE |
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| 14/03/2008 | |
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15 mar. - La scintilla delle proteste dei tibetani, represse nel
sangue in Cina e India, è scattata lunedì scorso a Kathmandu in Nepal,
in occasione del 49esimo anniversario della rivolta anticinese del 1959
a Lhasa, che si concluse con la fuga del Dalai Lama in India. Ecco una
cronologia dei primi quattro giorni di protesta che oggi ha portato morti e feriti nella capitale Lhasa.
LUNEDI' 10 MARZO - A Kathmandu la polizia disperde con
la forza migliaia che si apprestano a marciare verso l'ambasciata
cinese.
Da Dharamsala, la piccola città sull'Himalaya indiano dove il
Dalai Lama vive in esilio, cento esuli danno il via a una"marcia del
ritorno", che dovrebbe concludersi col loro rientro in Tibet l'8 agosto
prossimo, il giorno nel quale si apriranno i Giochi Olimpici di
Pechino.
Il capo spirituale dei buddisti tibetani denuncia le
"immaginabili e grossolane violazioni dei diritti umani".
MARTEDI' 11 -
La polizia cinese ammette che centinaia di monaci hanno tenuto
dimostrazioni il giorno precedente a Lhasa, la capitale della Regione
Autonoma del Tibet, senza tuttavia confermare notizie secondo le quali
ci sarebbero stati almeno 50-60 arresti tra i lama partecipanti alla
manifestazione.
Il governo afferma che Pechino "continuera a colpire
con durezza le attività illegali e a mantenere la stabilità sociale".
MERCOLEDI' 12 - Nuova manifestazione dei monaci a Lhasa, dispersa a
colpi di bastone e di gas lacrimogeni, e altri arresti.
A New Delhi, la
polizia indiana arresta 36 donne, rappresentanti tibetane, che
commemorano l'anniversario delle sommosse femminili nel 1959.
GIOVEDI'
13 - Si estendono le proteste dei monaci. Il gruppo filotibetano Free
Tibet Campaign informa di manifestazioni anche in due zone a
maggioranza tibetana delle province del Gansu e del Qinghai.
Nuove
dimostrazioni anche in India: a Dharamsala, in centinaia iniziano uno
sciopero della fame per protestare contro il blocco della 'marcia degli
esuli'.
Pechino se la prende con "la cricca del Dalai Lama".
VENERDI' 14 - Morti e feriti nella capitale Lhasa.
In Tibet come in Birmania i monaci buddhisti sono tornati protagonisti
delle proteste contro un regime.
Dopo quattro giorni di manifestazioni
anti-cinesi la polizia ha represso nel sangue una manifestazione a
Lhasa, capitale della regione himalayana occupata dall’esercito di
Pechino nel 1949. Diverse fonti parlano di un numero imprecisato di morti, di decine di feriti.
La protesta era iniziata lunedì con la marcia di 500 religiosi partita dal monastero di Drepung. Il Dalai Lama, il leader spirituale del Tibet, in esilio dopo le rivolte del 1959, ha denunciato un uso «brutale» della forza ed esortato il governo di Pechino alla moderazione.
Alla sua voce si sono unite quelle dell’Unione europea e degli Stati Uniti.
Le testimonianze che arrivano da Lhasa parlano di «caos e paura».
Il ministero degli Esteri italiano ha diffuso una nota in cui sconsiglia viaggi in Tibet.
Lo stesso ha fatto il dipartimento di Stato americano.
L’esercito cinese ha circondato i tre grandi monasteri di Lhasa: Ganden, Drepung e Sera, considerati i «tre pilastri» del Tibet.
Altri due sono stati vietati ai turisti.
Lo ha riferito la "Campagna internazionale per il Tibet". In quello di Sera i religiosi hanno continuato uno sciopero della fame per protestare contro l’assedio militare mentre altri due monaci, secondo Radio Asia Libera hanno tentato il suicidio.
A Lhasa vi sono stati episodi di violenza contro l’etnia Han, privilegiata dalle autorità cinesi nella distribuzione dei benefici, rispetto all’etnia tibetana e alla minoranza Hui.
Diversi negozi sono stati bruciati nel mercato Tromsikhang mentre blindati presidiano l’area attorno al Palazzo Potala, una volta residenza invernale del Dalai Lama.
I monaci hanno guidato una protesta anche fuori dal Tibet: circa quattromila persone hanno marciato dal monastero di Labrang alla vicina cittadina di Xiahe, nella provincia di Gansu
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