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Clandestinoweb
Ultimo aggiornamento: 29.08.2008 ore 02:00
USA 2008: Perché HILLARY non rinuncia Stampa E-mail
08/01/2008
08 gen. - di Michael Gray - Le notizie di un possibile ritiro di Hillary Clinton non prendono in considerazione alcuni elementi rilevanti che sono a favore dell’ex first lady e che la obbligano a rimanere in lizza. Prima di tutto, nonostante la vittoria quasi certa di Obama in New Hampshire, la Clinton è in testa di almeno venti punti percentuali nei grossi stati di Florida, California, Pennsylvania e New Jersey che porteranno una grande fetta di rappresentanti alla Convention Democratica di fine agosto 2008.
hillary4.jpgInoltre i due stati che seguono il New Hampshire, Michigan e Nevada, sono, secondo le media della RealClearPolitics, ancora in mano alla Clinton sempre di un fattore di venti punti percentuali.
Inoltre Hillary Clinton, dal punto di vista dello stato finanziario della sua campagna, è la più ‘ricca’ dei candidati democratici.
La sua capacità di raccogliere fondi è dovuta anche alla sua vasta rete di conoscenze e alla sua celebrità negli Stati Uniti (Non con questo si vuole negare l’indiscussa bravura, quasi miracolosa, di Barack Obama nella raccolta dei fondi, che rimane un esempio senza precedenti nella storia politica americana).
Un altro elemento importante è che Hillary Clinton non può e probabilmente non vuole liberarsi dell’immagine di Bill Clinton, spesso citato come il primo presidente nero degli Stati Uniti (perché molto ammirato e sostenuto dalla comunità afroamericana) che attira un’enorme quantità di simpatia nel mondo democratico.
L’ultimo punto, e forse il più importante, riguarda la base di sostegno di Hillary Clinton. Ha il forte appoggio tra le donne sopra i 35 anni (e in minore misura gli afroamericani) che è una base estremamente forte e attiva.
Sono le persone che andranno a votarla in blocco. Con la fetta femminile dell’elettorato Hillary Clinton ha ricavato un potere enorme sia economico sia elettorale. Hillary, essendo la prima donna in lizza, ha ora un obbligo verso le donne americane.
Non può, dal punto di vista dell’obbligo morale, ritirarsi perché sarebbe una delusione per la maggiore parte delle donne americane, anche quelle repubblicane che la odiano perché sarebbe una sconfitta per il mondo femminile americano oltre ad un passo indietro dal punto di vista sociale. Meglio continuare a combattere e perdere con la testa in alto che ritirarsi con vergogna.
E con queste osservazioni saltano fuori le motivazioni perché sarà ardua per Hillary Clinton. Suo marito Bill è comunque un bagaglio ingombrante, se non addirittura un macigno. Pur essendo un elemento estremamente positivo, Bill comunque la lega al passato.
Ma la direzione del messaggio di queste elezioni sembra essere quello di ‘change’ – cambiamento. Persino il vittorioso repubblicano Mike Huckabee ha usato l’espressione nel suo discorso alla chiusura delle primarie di Iowa.
Ma chi ha meglio sottolineato questo punto e chi ha severamente ferito la Clinton è stato John Edwards, quando ha detto nell’ultimo dibattito democratico, in difesa di Barack Obama, contro Hillary Clinton “You represent the status quo, we are the voices of change” Tu rappresenti lo status quo, noi siamo le voci del cambiamento”.
Obama e Edwards 1, Clinton 0.
Come dicono gli americani “Everyone loves a winner” “Tutti amano un vincente”, e questo aiuta a spiegare perché Hillary Clinton ha avuto un successo così grande nel raccogliere fondi e sostenitori. All’inizio tutti i sondaggi davano una vittoria clintoniana per certa.
Tale notorietà e gloria le hanno assicurato l’appoggio da tutti i ceti sociali e razziali dell’America.
Quando un giornalista ha chiesto a Barack Obama perché Hillary Clinton e non lui raccoglieva il voto nero il candidato afroamericano ha risposto: “Perché l’America nera ha bisogno di vedere un vincente, non segue qualcuno di cui non è sicura”. Questa osservazione, risultato di un acume e un intuito di chi è nero o chi conosce in fondo quel mondo, ora potenzialmente potrebbe risolversi a favore di Obama e a danno della Clinton.
Una vittoria per Obama desta attenzione, due vittorie destano pareri positivi, tre vittorie potrebbero dare inizio ad un’ondata.
Obama 1, Clinton 0. Clinton continua ad aggrapparsi al concetto di esperienza contro la relativa inesperienza del suo rivale. E’ vero, la sua esperienza come avvocatessa, come moglie di un Governatore (dove ha imparato, ad un prezzo elevato, ad essere la compagna di un uomo politico), come First Lady (dove prima è stata bruciata sulla legge sanitaria ma dove poi ha rappresentato il Presidente in tutto il mondo) e poi come Senatrice (dove ha imparato bene il funzionamento del parlamento americano) è superiore a quella del Senatore ‘Junior’ di Illinois.
Obama, che inizialmente parlava delle sue esperienze, ha cambiato tono e ora parla di Hope (Speranza) e Change.
Una tattica che sembra funzionare. Ma se si vuole dibattere sul tema esperienza, nessuno dei tre principali contendenti democratici si avvicina all’esperienza di Bill Richardson, candidato democratico in quarta posizione. Governatore di Nuovo Messico, rappresentante nel Parlamento federale, Ambasciatore all’ONU, Ministro per l’Energia (Secretary of Energy) sotto Clinton con una vasta esperienza in affari esteri rappresentando gli USA in tutto il mondo.
Sicuramente se vince la Presidenza uno dei primi tre candidati democratici, Bill Richardson sarebbe un ideale Vice Presidente.
Richardson 1, Clinton 0, Obama 0, Edwards 0. In Iowa, Hillary Clinton è uscita con un naso sanguinante e probabilmente stasera in New Hampshire si beccherà un occhio nero ma non abbiamo ancora visto il suo diritto corto o pugno destro. Michael Gray
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