Almeno quattro sono le spinte emerse finora dall'interminabile campagna
elettorale americana e una di queste, in particolare, tocca l'area euro in
genere e l'Italia in modo più che sensibile. Questo perché l'Europa della moneta
unica ha negli Stati Uniti di gran lunga il primo partner commerciale in
assoluto per l'export e l'Italia in particolare ha negli Stati Uniti il terzo mercato di sbocco.
I quattro segnali lanciati finora dagli
umori americani dicono che la politica estera e soprattutto le azioni militari
saranno più caute; che ci sarà una qualche forma di assicurazione medica aperta
anche ai quasi 50 milioni che oggi , stabilmente o ciclicamente, ne sono
esclusi; che l'immigrazione sarà più difficile; e, segnale emerso più chiaro di
tutti finora, che gli Stati Uniti stanno maturando una decisa spinta
protezionistica.
L'umore nazionale dice che le merci straniere, di cui
l'America è stata finora un ingordo consumatore, saranno probabilmente in futuro
meno benvenute. E il motivo di fondo è chiaro: poiché il 90% degli americani
ritiene di aver compiuti passi indietro economicamente o di essere rimasto fermo
o comunque lontano da una ragionevole partecipazione all'accresciuta ricchezza
nazionale, e poiché causa fondamentale di questo secondo molta opinione pubblica
è che le imprese americane preferiscono produrre all'estero o acquistare
dall'estero, l'estero sarà accolto meno bene.
La tendenza è in atto da
tempo, ma sta pericolosamente accelerando e
il termometro migliore è stata la conversione del candidato favorito, Hillary
Clinton, schierata ormai molto chiaramente su posizioni ben diverse da quelle
che furono le linee-guida del marito Bill Clinton, da lei attivamente a suo
tempo sostenuto. Bill si batté senza esitazioni per il Nafta (l'accordo di
libero scambio con Canada e Messico) nel 1993. Adesso Richard Gephardt, l'ex
deputato del Missouri che cercò nel 2004 la nomination democratica su una
piattaforma economica protezionisa e fu battuto da John kerry, è un importante
consigliere economico di Hillary Clinton. Gephardt può essere considerato
insieme a Ross Perot, l'indipendente che nel '92 corse per la Casa Bianca con un
programma anti-Nafta, il padre del neo-protezionismo americano. E si vede.
Hillary parla ora di "riesaminare" il Nafta, di bloccare ogni nuovo accordo
commerciale fino a quando tutta la politica dell'import non sarà rivista,di
inserire e far rispettare clausole sociali (paghe, lavoro minorile, dumping) in
tutti gli accordi.
L'obiettivo specifico non è l'Europa, ma l'Asia e
l'America Latina. La marea montante però è di tali proporzioni, e gli strumenti
legislativi del codice Usa del commercio così efficaci e ben oliati per una
guerriglia commerciale (soprattutto le sezioni 201 e 301 della Trade law), da
non potere essere sottovalutata, anche dall'Europa. Qualcosa è cambiato dalla
fine del secolo scorso quando, ha detto Hillary Clinton, "il commercio era a
saldo positivo per l'America e il lavoratore Americano" e ora "occorre su tutto
una riflessione molto seria". La stessa Hillary affermava nel 97:: "Il fatti
evidente è questo: che i Paesi del liberoscambio hanno performances superiori".
Non ha più ripetuto, e già dal 2005, elogi del genere.
Gli Stati Uniti
hanno perso almeno 3 milioni di posti di lavoro industriali dal 2000 e
soprattutto c'è la stagnazione dei redditi da parte di chi un posto l'ha
mantenuto o ritrovato. Da tempo la risposta è stata in programmi di
riqualificazione , e in sussidi. "Ma che cosa si racconta a un lavoratore di 55
anni che perde il posto - dice John Edwards, il più populista, protezionista e
vicino al sindacato dei candidati democratici), che lo rieduchiamo? E a fare
che?".
E' vero che la campagna elettorale spinge a coltivare le "estreme"
mentre una volta insediato il partito che ha vinto cerca in genere di moderarne
gli eccessi. Ma la sfiducia nel liberoscambio è ormai crescente da quindici anni
almeno, profonda, e risponde a un senso così vivo di disorientamento che non
può, nemmeno dall'Europa, essere sottovalutata. Il Paese che più di tutti ha
avuto un ruolo nella liberalizzazione dei mercati, dalle lontane prime mosse di
Franklin Roosevelt nel 1934 agli accordi di Bretton Woods fatti per garantire i
commerci più ancora che le monete al Naft alla creazione del Wto, sta cambiando
pelle. E il fatto che siano i democratici, partito a lungo e storicamente
liberoscambista, a dire oggi quello che i repubblicani dicevano alcuni decenni
fa, è più preoccupante ancora.
I candidati del partito repubblicani -
assai mal messo e in netta crisi - difendono il liberoscambio, a ruoli
storifamente inveriti, ma non possono ignorare la realtà. Un sondaggio
recentissimo del Wall Street Journal dice che in varia misura due elettori
repubblicani su tre ritengono l'apertura dei mercati dannosa o comunque
problematica. Già a gennaio un altro sondaggio Bloomberg indicava nel 40%
dell'opinione pubblica americana i sostenitori del neo-protezionismo, che
naturalmente non si chiama così ma fair-trade, commercio giusto.
Nel '92
il voto popolare raccolto da Ross Perot fu pari al 19% e quello può essere
considerato il nocciolo duro di allora. Oggi siamo a ben oltre il doppio. E il
voto del 2008, fra poco più di un anno, potrebbe indicare che i neo
protezionisti negli Stati Uniti sono diventati maggioranza. A quel punto non
potremo non accorgercene, anche nelle nostre esportazioni.
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