| 1 italiano su 3 soffre di stress professionale |
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| 13/01/2008 | |
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13 gen. - E' un’epidemia di ulcere,
malattie della pelle, insonnie ed emicranie misteriosamente in aumento, nell’era della flessibilità e delle grandi
ristrutturazioni aziendali c’è un malessere nuovo che colpisce i
lavoratori, ancora poco studiato ma molto pericoloso, dal momento che
nei casi peggiori può portare anche alla morte per tumore o infarto.
Si chiama stress da lavoro, una «malattia», chiamiamola così, che colpisce un lavoratore su tre e che in Europa arriva a fare ben 40 milioni di vittime producendo «danni» per 20 miliardi di euro l’anno.
E’ diverso dal mobbing, perché lo «stress da lavoro» deriva dal modo in cui è organizzato l’impiego: troppe richieste che arrivano sulla scrivania e non si sa come evadere, prodotti da vendere ai clienti senza preparazione o tempo sufficienti, ristrutturazioni o uffici disorganizzati dove i carichi di lavoro ricadono sempre sulle stesse persone.
E alla lunga ci si ammala, come dimostra l’aumento in tutta Italia delle denunce ai medici aziendali e di base.
Qualche volta si ricorre più volentieri al sindacato, quando la patologia è vissuta come una vergogna da nascondere.
«Negli ultimi anni i lavoratori che chiedono aiuto per questo tipo di patologie sono raddoppiati», spiega Cinzia Frascheri, responsabile del dipartimento salute e sicurezza della Cisl.
Gli esperti che cominciano a studiare il problema parlano di «costrizione cognitiva», cioè della differenza tra le mansioni e gli obiettivi assegnati al lavoratore, e la sua capacità di realizzarli in base alla formazione ricevuta, al tempo a disposizione, e a una serie di altri fattori organizzativi.
Naturale che i settori più colpiti siano quelli ad alta competizione, come il credito e la finanza, e tutti quelli basati sul front office con i clienti, dalle poste ai call center.
I bancari in particolare, ai quali il nuovo modello di lavoro per obiettivi ha imposto di mettere molta più adrenalina di un tempo nelle prestazioni lavorative, risultano tra i più vulnerabili.
«Le modalità di vendita dei prodotti finanziari alla clientela ora si basano sulla competizione tra colleghi, e realizzare gli obiettivi diventa un assillo che ti porti anche a casa», dice Ugo Balzanetti del dipartimento salute e sicurezza Fisac, che sottolinea i dati di recenti indagini.
La prima, relativa al Gruppo Sanpaolo, mostra che il 54% dei dipendenti vorrebbe un ricorso meno pressante al lavoro per incentivi economici e il 45% ritiene aumentata la conflittualità tra colleghi, mentre una seconda ricerca svolta in Puglia rivela che l’incidenza di disturbi ansiosi legati al lavoro è del 7,8%, ma balza al 40% se si considera solo chi opera nel credito.
Ad acuire su quello che viene definito «stress da budget» del bancario, anche le tante fusioni e acquisizioni che hanno interessato parecchi dei maggiori gruppi negli ultimi anni.
«Le aziende dovrebbero offrire un supporto ai dipendenti per attutire l’impatto del cambio di proprietà e dei metodi di lavoro», spiega ancora Frascheri, a capo di una ricerca sul tema finanziata dal ministero del Lavoro che sarà presentata a febbraio.
Malati di stress in aumento si segnalano anche tra infermieri, insegnanti di asilo nido, vigilantes, edili e persino pubblici impiegati. Tanto che l’Inail ha cominciato a indennizzare questo tipo di malattie, soprattutto dopo che la Cassazione nel 2002 ha accolto il ricorso di un bancario che chiedeva i danni per un incidente d’auto causato dallo stress, e nel 2005 ha riconosciuto a un vigilante il risarcimento per la depressione provocata da turni stressanti.
La tutela? «Stiamo studiando strumenti di prevenzione di cui le aziende non dispongono, per mancanza di cultura o di volontà», sottolinea Frascheri, che rileva la mancata ricezione in Italia dell’accordo siglato dalle parti sociali nel 2004 in sede europea.
Un paradosso se si pensa, come ricorda Luigi Pecerella, avvocato dell’Inail, «che lo stress danneggia per prima l’azienda, perché il lavoratore produce meno e si assenta di più». (LaStampa)
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