| CENSIS: LE PAURE DEGLI ITALIANI: DISOCCUPAZIONE, CRIMINALITA', IMMIGRAZIONE |
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| 13/07/2008 | |
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13 lug. - Ai tempi della conquista del Nuovo mondo gli
spagnoli si convinsero in massa che grazie ai fiumi d’oro e d’argento
del Potosì avrebbero potuto fare la vita dei gran signori smettendo di
lavorare la terra e astenendosi dai commerci. Finì che diventarono
tutti più poveri e vittime di un declino economico e politico
inarrestabile.
È tutto da decifrare, invece, l’effetto della sindrome collettiva da paura che sta attanagliando gli italiani oggi. Ne resteranno travolti o sapranno liberarsene con uno scatto d’orgoglio? I temi della paura e dell’insicurezza hanno tenuto banco durante la campagna elettorale, ma non si sono dissolti con il voto e gli italiani continuano ad avere paura.
Il sociologo Giuseppe De Rita, che è una specie di sensibile sismografo degli umori nazionali, in un editoriale sul Corriere della sera ha messo in fila le ansie e le inquietudini: la paura di aggressioni, degli immigrati, del futuro precario dei figli, della vecchiaia, delle rate del mutuo della casa, del traffico e delle morti sulle strade, delle montagne di rifiuti.
Mentre il Censis guidato da Giuseppe Roma, sondando le paure, ha stilato una graduatoria dei timori più diffusi, da quelli tutto sommato modesti per le comunità chiuse di immigrati (42,2% degli intervistati) all’invecchiamento della popolazione (44,4%), dalla carenza di servizi sociali (46,3%) alle tossicodipendenze (56,6%). Fino alle paure più rilevanti: la criminalità (60,5%) e la disoccupazione (66%), sebbene tutti i dati disponibili attestino che la quantità di lavoro in Italia sia aumentata non solo rispetto a 10 o 15 anni fa, ma anche nei confronti del passato più recente, con un incremento di 737mila posti dal 2003 al 2007 e una diminuzione del tasso di disoccupazione di quasi 2 punti, dall’8% di 4 anni fa a 6,2 % dell’anno passato.
Proprio sull’evidente assenza di un nesso di causalità tra realtà e percezione del lavoro si è appuntata l’attenzione del Censis, con un’indagine condotta da Ester Dini che Panorama ha potuto consultare in anteprima.
Lo studio fa parte di un complesso di analisi preparate in vista del World social summit che si terrà in Italia dal 24 al 26 settembre per iniziativa della Fondazione Roma.
Il presidente di questa istituzione, Emmanuele Emanuele, con preveggenza e tempismo ha voluto proprio che il tema della paura fosse al centro del dibattito chiamando a parlarne premi Nobel, studiosi ed economisti di primo rango, da Gary Becker ad Anthony Giddens, ex consigliere di Tony Blair, da Jacques Attali, collaboratore di Nicolas Sarkozy, allo scienziato Edoardo Boncinelli. Dalla fase delle impressioni e delle anticipazioni sulla sindrome paura, di cui è un esempio il saggio del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (La paura e la speranza, edizione Mondadori), si sta passando, insomma, alla fase dello studio scientifico del fenomeno.
Finora è emerso che gli italiani soffrono di un tipo di paura più pervasivo e profondo rispetto ai timori che stanno attanagliando tutto il mondo occidentale determinati dall’avanzare della globalizzazione e dalla crisi economica incipiente. Milioni di inglesi e di americani, per esempio, sono terrorizzati dall’idea di perdere la casa dopo lo scandalo dei subprime, i mutui concessi dalle banche e dagli istituti finanziari con eccessiva leggerezza ai clienti che non sarebbero stati in grado di pagare con regolarità le rate in scadenza. Collegata a questa paura c’è quella per una crisi finanziaria che di giorno in giorno si annuncia più sconvolgente. In qualche modo si tratta di ansie comprensibili, di paure razionali e in molti casi le stesse apprensioni diventano l’innesco per la ricerca del cambiamento e della terapia.
Le paure degli italiani, invece, spesso sembrano prescindere dalla realtà delle cose, quasi mai si trasformano in uno stimolo, anzi diventano il brodo di coltura della rassegnazione e dell’immobilismo. Proprio l’allarme lavoro è un esempio illuminante della peculiarità italiana.
La paura della disoccupazione pervade trasversalmente la società e interessa giovani e non giovani, pensionati, occupati e disoccupati. Le differenze riguardano solo le diverse aree del Paese. Nel Nord-Est la paura riguarda meno della metà della popolazione (40,1%), ma già sale significativamente di quasi 10 punti se ci si sposta nel Nord-Ovest (49,1%), cresce ancora nel Centro (72,5%) e tocca l’apice nel Sud, dove in pratica tutti o quasi hanno un rapporto ansiogeno con il lavoro (85,9%).
Più che dei metodi dell’interpretazione sociologica i ricercatori del Censis per capire che cosa bolle in pentola sembrano avvalersi degli strumenti interpretativi della psicologia di massa e delle nevrosi collettive: “È come se la paura di perdere il lavoro si fosse trasformata nella certezza dell’aumento della disoccupazione”. Tanti italiani considerano, in pratica, i cambiamenti anche repentini che hanno reso più flessibile il mercato del lavoro, ma anche più abbondante, non un elemento della cura, ancorché emendabile e modificabile, ma la premessa per la perdita del lavoro medesimo, cioè una potenziale minaccia. Associando la novità in quanto tale al timore e non al miglioramento e diffidando della terapia arrivano a convincersi che è essa stessa il male e quindi causa del supposto peggioramento.
Nella formazione di questa strabica percezione di massa forse influisce la convinzione che la nuova occupazione sia in prevalenza di scarsa qualità. Stando agli ultimi dati 2007, quasi 2,76 milioni di italiani, soprattutto giovani (l’11,9% di quanti hanno un’occupazione), sono in una condizione di lavoro a termine, mentre i sommersi sono quasi 3 milioni e i sottoccupati quasi un quinto degli occupati. La paura così non solo non diventa l’innesco per il miglioramento, ma si trasforma nel suo opposto, nel desiderio irrazionale e impossibile di un ritorno a un’età dell’oro del lavoro che in Italia forse non è mai esistita. Rendendo ancor più complicata l’azione di governo. (da panorama,it).
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