| CONTRO CAROVITA E SPRECHI PRENDE PIEDE LA MENTALITA' DELLA DECRESCITA FELICE |
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| 27/07/2008 | |
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27 lug. - Gli italiani (ma non solo loro) stanno
riducendo i consumi, persino quelli di generi alimentari: non capitava
da 30 anni! Gli analisti della situazione economica mondiale sono
preoccupati. Confindustria è, addirittura, “preoccupatissima”. E se
invece fossimo al principio di quella che alcuni chiamano “decrescita
felice”?
A sperarci - unici, per ora - sono infatti i teorici dell’insostenibilità dell’attuale sistema economico-produttivo che vedono nel calcolo del Pil, come è stato finora concepito, il vero ostacolo al miglioramento delle condizioni generali di vita. Eh sì perché a star dietro al totem del Prodotto interno lordo che deve salire ogni anno, a tutti i costi, si prendono per positivi dati che, sul piano del benessere individuale e globale, non portano forse tutti questi vantaggi.
Partiamo dal mercato delle armi, ad esempio: c’è qualcuno – costruttori e lavoratori del settore a parte – che può considerare positiva una maggiore diffusione di armamenti nel mondo? Eppure il 2007 ha visto l’affermarsi di un nuovo record per il nostro export, che ha sfiorato i 2,4 miliardi di euro, con un incremento del 9,4% rispetto al 2006, a tutto vantaggio del Pil nazionale.
Così è ad esempio per l’aumento del consumo di farmaci antidepressivi: la prescrizione a carico del Servizio Sanitario Nazionale e cresciuta di ben il 17,1% tra gennaio e settembre 2007 rispetto allo stesso periodo 2006: questa spesa fa crescere la bilancia commerciale dell’Italia ma non si può certo dire che sia un buon sintomo per la salute della popolazione.
Ma l’elenco dei beni che consumiamo senza che ciò si traduca in benessere non si ferma qui.
Il G8 giapponese si è appena concluso e in quella sede il premier britannico Gordon Brown ci ha tenuto a sottolineare che gli Inglesi gettano nei rifiuti il 30% del cibo che acquistano. Beh, non crediate che gli Italiani siano tanto meno spreconi visto che l’Adoc (Associazione nazionale per la difesa e l'orientamento dei consumatori - www.adoc.org) ha calcolato che, in media, ogni famiglia italiana getta nell'immondizia 600 euro l’anno, circa il 12% degli alimenti che acquista. E più i prezzi crescono e maggiore è il valore di questo spreco.
I dati del Banco Alimentare (www.bancoalimentare.it) fanno ancora più paura, se possibile, e ci dicono che in un anno ogni italiano butta nella spazzatura 27 chilogrammi di cibo (il 19% del pane, il 17% di frutta e verdura, il 39% di prodotti freschi come carne e latte). I supermercati, invece, mandano al macero in media 170 tonnellate di merce. Fatevi i conti in tasca, allora, pensando che il rapporto Istat sui consumi degli italiani nel 2007 parla di una spesa media delle famiglie di 2.480 euro al mese, di cui 466 destinati ad alimentari e bevande. E intanto il Pil sale, anche se di poco.
Se infine si pensa ai consumi energetici il quadro peggiora ulteriormente.
Secondo studi recenti il consumo energetico delle case ammonta mediamente a 20 metri cubi di metano o 20 litri di gasolio al mq all’anno. Circa un terzo di questo gasolio o di questo metano è però potenzialmente sprecato, considerando che esistono metodi costruttivi delle abitazioni capaci di abbattere il consumo energetico a meno di 7 litri/mq, arrivando fino a valori prossimi al litro e mezzo per metro quadro l’anno nelle case edificate coi sistemi e i materiali più avanzati: a chi fa comodo questo spreco?
Maurizio Pallante (presidente del Movimento per la decrescita felice – www.decrescitafelice.org) non ha dubbi e mette sotto accusa il sistema industriale: “Non si produce più per consumare o, meglio, per utilizzare, ma si costringe, si convince, si usa una serie di meccanismi psicologici per indurre le persone a comprare affinché si possa continuare a produrre. Si spreca per far crescere l’economia. In una società finalizzata alla crescita economica si mettono in moto questi meccanismi, tant’è vero che organismi come Onu e Unione Europea stanno cercando criteri diversi per calcolare il benessere, perché si sono accorti che il Pil lo misura fino a un certo punto. Da un certo punto in avanti le curve di Pil e di benessere divergono, l’una cresce mentre l’altra diminuisce, ciò nel momento i cui si consuma per produrre e non viceversa: se comincio a comprare materiale coibentante invece che petrolio, dopo che l’acquisto di tale materiale si è ripagato con la riduzione dell’acquisto di petrolio, a quel punto si ha una decrescita economica che si traduce in un miglioramento qualitativo della vita, perché sto al caldo consumando di meno”.
È quindi forse già in atto la rivoluzione della misurazione del benessere, ma non tutti sembrano d’accordo. Gli attori dell’attuale sistema economico resistono alle ipotesi di cambiamento e finiscono sul banco degli imputati. Così è infatti per il mercato pubblicitario. Eh sì perché anche la pubblicità conterà pur qualcosa nella spinta all’acquisto, no?
I dati Nielsen dicono che, nonostante l’evidente riduzione di crescita dei consumi, gli investimenti pubblicitari del 2007 sono saliti in Europa del 7,5% rispetto al 2006. Gli addetti ai lavori, d’altra parte, sostengono che la pubblicità tenda ad essere più anticiclica che ciclica, ovvero tenda a ridursi nei periodi di crisi e ad aumentare invece quando le cose vanno bene, senza perciò riuscire a forzare in modo significativo la situazione del mercato.
Non sappiamo che opinioni abbiano in merito le famiglie ma la Banca d’Italia dice che nel 2007 l’ammontare delle sofferenze bancarie, cioè i debiti non onorati dagli italiani, è cresciuto del 8,45% e ha sfondato quota 11 miliardi euro. Il problema è insomma quanto la pubblicità abbia indotto al consumo indiscriminato – se consumo indiscriminato c’è stato – drogando il mercato? Secondo il professor Emiliano Brancaccio (docente di Macroeconomia presso l'Università del Sannio) “Qui bisogna fare una considerazione a mio modo di vedere interessante.
Prendiamo ad esempio gli Stati Uniti: a causa di una depressione dei salari, larghe fasce di popolazione hanno cominciato a indebitarsi per sostenere i consumi correnti, compresi alcuni voluttuari. Il credito al consumo negli Usa ha fatto registrare un vero boom. In America, quindi, abbiamo avuto da un lato i redditi che non crescevano e dall’altra lo stimolo commerciale e pubblicitario che spingeva a contrarre debiti per sostenere il proprio consumo; e il tutto sulla base di tassi d’interesse molto bassi, che sembravano favorire questa propensione all’indebitamento di lavoratori comunque non ricchi. Oggi sappiamo purtroppo come è andata a finire: negli Usa ci sono molti cittadini in gravissima difficoltà. Questa caratteristica dell’ultimo, recentissimo capitalismo sta riguardando anche l’Europa e l’Italia. Quindi è il sistema che porta molti soggetti ad andare al di là delle proprie possibilità”.
In attesa di una parola definitiva, prosegue la battaglia tra i misuratori del Pil attuale come simbolo del benessere e i propugnatori della decrescita, felice o meno, necessaria a recuperare uno stato di cose che, conti alla mano, ad oggi sembra puntare dritto verso la tanto temuta “recessione”. (da affaritaliani.it).
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