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Ultimo aggiornamento: 01.12.2008 ore 19:03
ISTAT: AL 16,9% DEL PIL IL VALORE AGGIUNTO DEL LAVORO SOMMERSO - IN CALO Stampa E-mail
18/06/2008
18 giu. - L'economia sommersa pesa meno sugli equilibri del Paese. Lo determina l'Istat che in uno studio dedicato al lavoro irregolare nel Paese dal 2000 al 2006, rileva che nel 2006 il valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso economico e' compreso tra un minimo del 15,3% (circa 227 milairdi di euro) e un massimo del 16,9% (250 miliardi). Nel 2000 le percentuali erano rispettivamente del 18,2 e del 19,1%.
istat_280x200.jpgNel 2001 il peso massimo del sommerso ha sfiorato il 20% del Pil mentre nel 2002 e nel 2006 il valore aggiunto sommerso ha evidenziato una contrazione.
Nella fase espansiva del 2001 assumono un ruolo piu' marcato le componenti non direttamente ascrivibili all'utilizzazione di lavoro irregolare: sottodichiarazione del fatturato ottenuto con occupazione regolarmente iscritta nei libri paga, rigonfiamento dei costi intermedi, attivita' edilizia abusiva, locazioni in nero, cui si aggiunge l'effetto della riconciliazione delle stime dell'offerta di beni e servizi con quelle della domanda, componenti il cui peso complessivo sul Pil passa dall'11,6% del 2000 al 12,1% del 2001.
Nel 2002 si apre una fase di riduzione per effetto, principalmente, della sanatoria di legge a favore dei lavoratori extra-comunitari occupati in modo non regolare.
A partire dal 2004 gli effetti della sanatoria relativa agli extra-comunitari cessano e il valore aggiunto attribuibile al lavoro irregolare sembra attestarsi definitivamente su una percentuale intorno al 6,5% del Pil.
Nel 2002, oltre alla riduzione del sommerso dovuta alla sanatoria, diminuisce anche il peso, sia in termini assoluti sia relativi, della parte non ascrivibile all'utilizzo di lavoro nero, che passa dal 12,1% all'11,5%. Nel 2006 assistiamo nuovamente ad un decremento in termini sia assoluti che relativi del valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso economico; la diminuzione di peso nella composizione del Pil si accentua, con una perdita di quasi un punto percentuale in un solo anno.
Il fenomeno e' ascrivibile esclusivamente alla diminuzione della componente di sommerso non attribuibile all'utilizzazione di lavoro irregolare
La quota del Pil imputabile all'area del sommerso economico (pari al 16,9% nell'ipotesi massima) e' scomponibile in un 8,9% dovuto alla sottodichiarazione del fatturato ottenuto con un'occupazione regolarmente iscritta nei libri paga, al rigonfiamento dei costi intermedi, all'attivita' edilizia abusiva e ai fitti in nero, in un 6,4% per l'utilizzazione di lavoro non regolare e in un 1,6% derivante dalla riconciliazione delle stime dell'offerta di beni e servizi con quelle della domanda.
Tra i vari settori di incidenza quello agricolo e' pari al 31,4% del valore aggiunto totale della branca (8.538 milioni di euro), nel settore industriale al 10,4% (42.022 milioni di euro) e nel terziario al 20,9% (199.414 milioni di euro).
Il tasso d'irregolarita' (calcolato come incidenza delle unita' di lavoro non regolari sul totale delle unita' di lavoro) si attesta nel 2006 intorno al 12% (13,3% nel 2000).
Il tasso diminuisce tra le unita' di lavoro dipendenti mentre cresce tra quelle indipendenti: l'incidenza delle unita' di lavoro non regolari dipendenti passa dal 15,4% del 2000 al 13,1% nel 2006, quella delle unita' di lavoro non regolari indipendenti rispettivamente dall'8,5% al 9,2%.
I settori maggiormente coinvolti dall'irregolarita' del lavoro sono quelli dell'agricoltura e dei servizi.
In agricoltura, ad esempio, il carattere frammentario e stagionale dell'attivita' produttiva favorisce l'impiego di lavoratori temporanei che, in molti casi, essendo pagati a giornata non sono regolarmente registrati.
Nel 2006 il tasso d'irregolarita' e' pari al 22,7% in agricoltura (20,5% nel 2000), al 5,7% nell'industria (7,1% nel 2000) e al 13,7% nei servizi (15,3% nel 2000)
Il peso significativo che il lavoro non regolare assume nel comparto agricolo fa si' che il tasso d'irregolarita' calcolato per l'intera economia risulti pari all'11,3% al netto di tale settore.
Nell'ambito dei servizi, il fenomeno e' particolarmente rilevante nel comparto del "commercio, alberghi, pubblici esercizi, riparazioni e trasporti", dove il 18,9% delle unita' di lavoro risultano non registrate (19,6% nel 2000); in particolare, raggiunge il 32,3% negli alberghi e pubblici esercizi e il 30,7% nel trasporto merci e persone su strada.
Piu' modesto e in diminuzione nel tempo e' l'impiego di unita' di lavoro non regolari nel comparto "dell'intermediazione monetaria e finanziaria e dell'attivita' imprenditoriali e immobiliari", pari all'8,9% nel 2006 (10,3% nel 2000). Il settore degli "altri servizi" si caratterizza per un tasso di irregolarita' non particolarmente elevato: 11,3% nel 2006.
Tuttavia, il tasso sale sensibilmente, attestandosi al 14,4%, se si esclude l'occupazione impiegata nella pubblica amministrazione, che invece e' immune dal fenomeno, mentre raggiunge livelli particolarmente alti nei servizi domestici (53,1%).
L'industria in senso stretto e' coinvolta marginalmente dal fenomeno del lavoro non regolare: nel 2006 il tasso di irregolarita' e' pari al 3,7% (4,6% nel 2000); risulta piu' elevato rispetto alla media nell'industria del legno (6,8%) e al comparto della fabbricazione di prodotti della lavorazione non metalliferi (6,7%). Nelle costruzioni il tasso di irregolarita' e' pari all'11%, in netta discesa rispetto al 2000 (15,2%).
In questo caso, come per il settore agricolo, il calo e' da attribuire al processo di regolarizzazione dei lavoratori stranieri conclusosi a fine 2003. (AGI)
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