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Qualche tormento in meno, un po' di
libertà in più e un cibo decisamente migliore. Negli allevamenti biologici, gli
animali hanno sicuramente maggiori chance di benessere, almeno in teoria.
I
regolamenti europei bandiscono del tutto pratiche crudeli - e tipiche degli
allevamenti convenzionali - come il taglio dei denti, del becco e la tarpatura
delle ali dei polli. Altre pratiche sono ammesse, ma con qualche limitazione.
...
Hanno più antiossidanti, più nutrienti e meno sostanze tossiche. Dopo anni
di dubbi e controversie, le ricerche concordano. A chiudere la diatriba sono
alcuni studi recentissimi che, con un rigore mai raggiunto in precedenza, hanno
analizzato la composizione di frutta e verdura biologiche, scoprendole diverse
dai prodotti convenzionali. Queste virtù, però, sono emerse solo dopo anni di
risultati contraddittori, e grazie ad analisi effettuate in condizioni
ipercontrollate. Nel mondo reale, quello in cui facciamo la spesa, le garanzie
di qualità sono assai minori. Ecco perché.
Uno studio, in particolare, pubblicato a giugno, lascia poco spazio ai dubbi. I
ricercatori della University of California-Davis, hanno misurato la
concentrazione di flavonoidi (sostanze antiossidanti) in pomodori bio e non,
raccolti fra il 1994 e il 2004 nell'ambito di uno studio ultradecennale che sta
confrontando decine di sistemi di coltivazione diversi. Grazie alla accuratezza
dei metodi impiegati, la
supremazia del biologico è emersa con chiarezza. Di media, i
pomodori bio avevano il 97 per cento in più di canferolo, il 79 per cento in
più di quercetina e il 31 in più di naringina. Per la prima volta, poi, si è
potuto notare che la qualità del suolo bio migliora nel tempo, e con essa i
suoi prodotti.
Non solo: vari studi pubblicati lo scorso marzo mostrano che pesche, mele e
kiwi biologici hanno consistenza maggiore, e più sostanze nutritive e
antiossidanti quali zuccheri, vitamina C, beta carotene e polifenoli. Il che
conferma ricerche precedenti, comprese quelle del nostro Istituto nazionale di
ricerca per gli alimenti e la nutrizione, che nel 2002 ha rilevato la
superiorità nutritiva di pesche, pere, susine e arance biologiche. Non è però
ancora chiaro perché. I pomodori studiati a Davis suggeriscono che la qualità
del terreno sia un fattore chiave. Ma non sembra essere il solo. La polpa dei
frutti bio contiene meno acqua, ed è quindi più ricca di nutrienti. Le varietà
scelte per la coltivazione, inoltre, sono spesso più pregiate. E si ipotizza
che le piante bio siano meno pigre delle altre: non potendo contare su
pesticidi e fertilizzanti artificiali, sono costrette a produrre da sole molte
più sostanze protettive.
Questo suggeriscono i test in
provetta e i confronti fatti tra specie selezionate e isolate dentro un
asettico centro scientifico. Invece nel
commercio quotidiano da un lato ci sono il trasporto (in che
condizioni?), la conservazione, lo sbarco sui mercati e le conseguenti
manipolazioni e, dall'altro, c'è l'enorme differenza tra una pianta e l'altra.
Così nessuno sa dire con certezza quanto quello che acquistiamo abbia le stesse
virtù delle piante da laboratorio. "La concentrazione di vitamine e
nutrienti in frutta e verdura dipende da molti fattori difficili da
controllare", spiega Franco Weibel del Research Institute of Organic
Agricolture di Frick, in Svizzera, punto di riferimento mondiale per la ricerca
nel settore. Può variare, ad esempio, con la zona di provenienza, il periodo di
raccolta e i metodi di conservazione. "Persino i frutti colti da una
stessa pianta sono diversi, a causa della differente posizione ed esposizione
al sole", spiega Weibel: "Se io prendo a caso dei prodotti bio e
convenzionali dai banchi del mercato, non posso essere sicuro di trovarvi
differenze nutritive rilevanti".
Mangiare bio ci rende dunque più sani? A rigor di logica, una maggiore quantità
di antiossidanti dovrebbe far bene. Ma non esistono studi che attestino una salute più robusta in chi mangia
biologico. Spiega Weibel: "In ogni caso, il bio non andrebbe
considerato alla stregua di una medicina. Le virtù del biologico sono più
generali, legate al suo essere un nutrimento più bilanciato e privo di residui
chimici nocivi". Che i prodotti bio siano meno inquinati, è fuor di
dubbio. Ma non c'è una prova scientifica che tale purezza porti vantaggi
significativi per la salute. "La scienza suggerisce che i residui di
pesticidi nel cibo convenzionale siano inoffensivi. E non esistono, per ora,
prove del contrario. Sta al consumatore decidere se crederci o no",
riconosce Weibel. Veri o presunti che siano, i rischi legati ai pesticidi sono
aggirati mangiando biologico. Non solo indirettamente, evitando l'inquinamento,
ma anche direttamente, evitando l'ingestione di sostanze potenzialmente
tossiche. Uno studio del 2005 ha rilevato nelle urine dei bambini americani
tracce di pesticidi, che scomparivano quasi del tutto se essi si nutrivano per
pochi giorni con alimenti biologici.
Ed i controlli?
Un'agricoltura che rispetta la natura
e che non utilizza sostanze chimiche, allevamenti che non sono lager per
animali. Insomma, un'alimentazione eco-compatibile che fa bene all'ambiente e
rappresenta uno stile di vita. Per questo è una buona notizia apprendere che le
aziende agricole biologiche in Italia sono cresciute nel 2006 del 2,36 per
cento. ...
Mangiare bio fa bene alla salute?
Cosa spinge un consumatore a scegliere marchi che si qualificano come
biologici? Tutte le ricerche di mercato rispondono all'unisono: perché è il
brand che garantisce la salubrità del prodotto. Vero? Purtroppo no. La stessa
Unione europea, nel definire gli standard necessari per fregiarsi del marchio
Bio, ha anche scritto che scegliere
questo tipo di alimenti fa bene all'ambientenon necessariamente alla salute e .
Il biologico è uno stile di vita eco-compatibile, che garantisce rispetto per
terre, acque e animali. Ma non leva il medico di torno. Eppure è su questo
equivoco che regge il marketing di decine e decine di prodotti alimentari, sia
quelli che fanno riferimento al bio solo nel nome, a mo' di promessa. Sia
quelli che hanno, in effetti, la certificazione perché si tratta di frutta,
verdura, latticini e carni provenienti da una coltivazione o da un allevamento
biologico.
Proprio per documentare che si tratta
solo e soltanto di un equivoco, l'associazione Altroconsumo ha preso in esame
sei categorie di alimenti molto diffusi (latte, yogurt, confetture, frollini,
cereali per la prima colazione e fette biscottate), e ha valutato sia la
qualità degli ingredienti sia la presenza di contaminanti (ormoni, micotossine,
pesticidi). Perché
non solo i prodotti bio non sempre sono migliori dei convenzionali e
assomigliano sempre di più a quelli industriali, ma spesso sono anche molto meno salubri.
Di pari tenore sono anche gli studi svolti sulle materie prime e nessuno è in grado di dimostrare che pomodori, mele,
zucchine o cereali col marchio bio facciano meglio alla salute degli altri. Ma
tutti vediamo che costano ben di più, con una differenza di prezzo che oscilla
tra il 30 e il 35 per cento; che oltre il 30 per cento degli italiani li
preferisce, e che a sceglierli sono in prevalenza trenta-quarantenni, sono
mamme desiderose di dare il meglio ai bambini, sono persone molto preoccupate
di garantirsi un'alimentazione più sana possibile (come mostra un'indagine
Censis-Confcommercio).
Intendiamoci,
né l'inchiesta di Altroconsumo né le ricerche scientifiche sui prodotti primi bocciano
il bio: non fa 'peggio' del
cibo convenzionale. Dal punto di vista nutrizionale è uguale.
Ma fa molto meglio all'ambiente. E chi lo sceglie deve sapere che fa una scelta
etica, politica, magari religiosa, ma non salutista.
Innanzitutto, come mostrano i test, perché il marchio bio non mette al riparo dai danni dell'alimento
industriale: grassi, additivi, sale e zuccheri a profusione.
Nelle confezioni di frollini esaminate, ad esempio, i grassi di palma e di
cocco, di pessima qualità, fanno la parte del leone. È vero che nei prodotti
bio sono del tutto assenti i fitofarmaci, riscontrati invece in due su tre
delle marche convenzionali, ma perché tutti i bio usano farine ricostituite al
posto di quella integrale? La legge lo consente, è vero, ma da prodotti che
puntano sulla genuinità ci si aspetterebbe vera farina, la stessa che troviamo
invece in due marche convenzionali su tre. "Un prodotto industriale bio
non ha molto senso", commenta Marina Seveso, paladina dell'agricoltura
biologica e autrice di 'Speriamo in bio': "E non ha senso pagarlo di più a
meno che non palesi un'attenzione generale alla salubrità di tutti gli
ingredienti". Cosa che, stando all'indagine di Altroconsumo, non accade.
Negli yogurt bio, ad esempio, troviamo una lunga lista di ingredienti ben poco
naturali: addensanti, coloranti, aromi, gelificanti. E nelle fette biscottate
ci sono grassi di cattiva qualità, anche se sono completamente assenti tracce
di fitofarmaci presenti invece nelle marche convenzionali. "
Si tratta
sempre di quantità ben al di sotto dei limiti consentiti dalla legge, e quindi
non dannose alla salute", specifica la tecnologa alimentare Emanuela
Bianchi: "E la legge stabilisce limiti molto precisi e sicuri".È
vero, la legge definisce tetti ben al di sotto di una qualunque tossicità. Ma,
annota Marina Seveso: "Il rapporto che Legambiente redige annualmente
mostra che la legge è spesso e ampiamente disattesa. E chi voglia mettersi al
sicuro al 100 per cento non ha che da comprare bio".
In effetti il dossier
'Pesticidi nel piatto 2007' di Legambiente registra parecchie irregolarità: solo
la metà della frutta esaminata è priva di fitofarmaci e l'1,7 per cento dei
campioni è addirittura fuori dai limiti di legge. Percentuale che sale al 3,6
nel caso delle mele. Ancora peggio: nel 20 per cento dei prodotti derivati
(olio, vino, marmellate) Legambiente ha trovato uno o più pesticidi.
"Spesso le tracce di ciascuna sostanza chimica sono al di sotto dei limiti
consentiti, ma si trovano in un solo prodotto diversi chimici. E nessuno sa
cosa producano queste sinergie", ammonisce ancora Marina Seveso. Una volta
che questi prodotti convenzionali entrano nella catena alimentare nessuno sa
più cosa mangia. Per il bio, è
differente: "I coltivatori che vogliono il marchio devono
rispettare degli iter produttivi e bandire pesticidi e fitofarmaci",
spiega ancora Emanuela Bianchi: "Sono regole ferree, e chi sceglie bio sa
come viene cresciuto il prodotto che ha in tavola".
Sa che non ha
pesticidi nel piatto, ma sa anche che rischia
di trovarci delle micotossine, che proprio i trattamenti
chimici con funghicidi spazzano via dai prodotti convenzionali. E in effetti i
test di Altroconsumo le hanno trovate nei cereali: un prodotto bio conteneva
livelli di micotossine superiori ai limiti consentiti e quindi dannose per la
salute. Ma la sorpresa è che le hanno scoperte anche nei cereali convenzionali.
Insomma, definire se e quanto
il bio sia più sicuro e salubre è una matassa difficile da sbrogliare.
Nessun dato scientifico a oggi è in grado di confermarlo.
Ma neppure di
smentirlo. E a una Rosanna Massarenti di Altroconsumo che dice: "Per quanto
riguarda la salubrità qualunque prodotto è pari al biologico. E quanto alla
qualità dei prodotti trasformati, bio e non bio sottostanno alle identiche
logiche industriali". C'è chi come Seveso commenta: "Nessun fondamentalismo, non
vale la pena di svenarsi. Ma è certo che se mangi bio comunque non ingerisci
sostanze dannose, come pesticidi o fitofarmaci". Di fatto quella del cibo
è una partita planetaria. Produzioni di massa che impoveriscono il suolo,
trasporti energivori di materie prime che, per reggere ai lunghi trasporti,
devono essere chimicizzate. Confezioni di precotti che viaggiano per migliaia
di chilometri. Il biologico è, di fatto, un approccio che contrasta questo
andazzo. "Non so se questo o quell'alimento bio sia più o meno salutare,
ma so che l'approccio nutrizionale bio ci fa bene alla salute", conclude
Seveso.
Sì, ma purché l'etichetta bio non diventi solo un orpello del marketing. Perché se è vero
che i cultori pensano ai piccoli produttori locali, a colture stagionali, a
processi di produzione antichi, di fatto ora è scesa in campo l'industria
alimentare. Che punta a un mercato stimato in 1.750 milioni di euro l'anno
(Fonte l'Espresso)
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