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Ultimo aggiornamento: 09.01.2009 ore 01:00
Il caso Mastella mi ha portato alla memoria una vera storia di ordinaria ingiustizia. Stampa E-mail
17/01/2008
18 gen. - di Francesco Fusco - Una storia vera sullo strabismo della giustizia, questo vi proponiamo l'abbiamo ricevuta e visto lo scompiglio giudiziario, ci pare utile pubblicarla, l'autore nonchè soggetto della storia, già lo conoscete...
giustizia_trappola_280x200.jpg Vi racconto una storia vera, tralasciando per ora il nome del protagonista, ma vissuta in prima persona, perchè dimostra come esista ancora in Italia uno strabismo della giustizia, soprattutto fra i PM.
Perchè vi sono quelli intellettualmente e ideologicamente indipendenti e onesti che prima di "colpire" una persona e farne strame ci pensano due o anche tre volte e si attengono ai fatti, mentre vi sono altri che per motivi diversi (notorietà, ideologie, ambizioni politiche ecc.) sono capaci di distruggere la vita di una persona.
La persona oggetto della mia testimonianza, alla fine del 1992, per la posizione che occupava si è trovata ad essere indagata da 4 PM.
Uno, il dott. Antonio Di Pietro volle interrogarlo, prima di andare oltre, perchè riteneva che vista la posizione occupata potesse conoscere o aver partecipato a qualche affare tangentizio.
Venne interrogato come indagato e non come persona informata dei fatti, e dopo un'ora la cosa si concluse con l'archiviazione e quindi con in non luogo a procedere.
Altri due, i PM Colombo e Davigo, inviarono alla stessa persona - senza che fosse stata interrogata dagli ufficiali della GdF che conducevano le indagini - la richiesta di rinvio a giudizio assieme ad altri 92 personaggi del gotha politico, finanziario e industriale, per "finanziamento illecito dei partiti" e " falso in bilancio".
Al momento dell'apertura dell'udienza preliminare questa persona ebbe modo di parlare con il dott. Colombo e dimostrare, documenti alla mano, di aver sempre negato - per iscritto oltre che a parole qualsiasi finanziamento ai partiti, anche per le varie feste (il diniego a quella dell'Unità gli era valso un velenoso corsivo in prima pagina da parte del quotidiano del PCI).
Inoltre, non facendo parte del Consiglio di amministrazione della società non poteva aver commesso alcun falso in bilancio.
Il dott. Colombo si rese immediatamente conto di quale fosse la verità, e a conclusione dell'udienza preliminare chiese che questa persona venisse prosciolta in quella sede, mentre richiedeva per tutti gli altri il rinvio a giudizio.
Il Gup invece non accolse la sua richiesta e lo rinviò lo stesso a giudizio.
Tre anni di processo iniziato dall'introduzione di Colombo il quale in quella sede richiese che contro quella sola persona non si dovesse procedere a meno che durante il processo non fossero emersi fatti che ne provassero la colpevolezza.
Cosa che non avvenne e che registrò invece una "lavata di capo" agli ufficiali che avevano indagato.
La requisitoria finale di Colombo chiedeva quindi che tale persona venisse assolta "perchè il fatto non sussiste".
La richiesta accolta dal Tribunale e poi definitiva perché passata in giudicato senza appelli.
Il processo durò tre anni per motivi "costituzionali", tre anni che sono pesati sulla psiche oltre che sulla tasca dell'innocente, salvato dall'onestà intellettuale del dott. Colombo.
Frattanto altri due PM di Roma, sulla base di una “lettera anonima” ( e qui la prima violazione del codice di procedura penale) facevano iniziare un'altra indagine alla GdF per "estorsione". La persona in questione produceva tutta la documentazione richiesta, con piena soddisfazione degli inquirenti i quali gli comunicavano a fine indagine che grazie al cielo non era emerso niente a suo carico e che quindi poteva dormire sonni tranquilli.
Nel frattempo avendo ricevuto una proposta di lavoro più allettante questa persona si dimetteva dall'azienda nella quale occupava una posizione di prestigio e andava a occuparne una meglio remunerata in una azienda privata.
Passano sette mesi, è Pasqua, e il nostro con la famiglia si trova a Parigi, e qui attraverso il TG1 scopre ( il lunedì di Pasqua) di essere ricercato in quanto oggetto di un mandato di cattura emesso dai due PM Vinci e Misiani.
La cosa lo stupisce, e quindi dopo aver chiamato un avvocato, invia un telegramma al PM dichiarando appunto di trovarsi nella capitale francese e annunciando che si sarebbe presentato nell'ufficio del dott. Vinci il giovedì successivo alle ore 10.
Cosa che puntualmente avvenne. ma non per essere interrogato o per vedersi contestato qualche reato. Ma solo per ricevere copia del mandato di cattura ed essere immediatamente trasferito a Regina Coeli!
Il tutto in violazione della legge che in mancanza di flagranza, questo provvedimento viene preso solo se c'è "pericolo di fuga", e visto che si era presentato spontaneamente questo pericolo non esisteva, o reiterazione del reato o inquinamento delle prova, ambedue impossibili visto che aveva lasciato ben sette mesi prima l'azienda nella quale avrebbe - secondo il PM - compiuto i reati che gli si attribuivano. Immaginate il trauma di trovarsi improvvisamente in cella con altri sei detenuti di vario tipo ( spacciatori, banda della Magliana, ecc.)
L'interrogatorio di rito avveniva dopo due giorni, e si risolveva in sole 27 righe.
Poi veniva quello del GIP, il quale gli comunicava candidamente che il suo arresto "era pretestuoso" e che i PM "volevano sapere altro" e diceva all'avvocato difensore di preparare l'istanza di scarcerazione che lui avrebbe accolto visto come stavano i fatti e i verbali della GdF.
Naturalmente l'avvocato provvedeva subito, e il Gip inviava la sua decisione ai PM per il loro parere.
Ma il documento finiva chissà dove, e il difensore era costretto a cercarlo e a portarlo personalmente ai due PM i quali davano parere contrario e imponevano al Gip di tramutare la libertà in arresti domiciliari. Frattanto il nostro aveva goduto di ben 15 giorni dell'ospitalità di una cella di 4x3 metri con altri 5 detenuti.
Scontati i domiciliari, il protagonista di questa storia riprendeva il lavoro, che lo portava negli Stati Uniti a presiedere 3 aziende.
Ma qui viene il bello, perchè dopo tre mesi Vinci e Misiani emettono un altro mandato di cattura, questa volta , udite udite, per "corruzione di persone non ancora identificate"!
Non esistevano corrotti, ma il nostro era comunque un corruttore.
Il tutto in barba perfino alla logica, oltre che alla legge!
I due, intercettando il telefono della famiglia del nostro vengono a sapere che si trova negli Stati Uniti, mentre il Gip comunica all’avvocato difensore di far tornare in Italia quella persona assicurandogli che questa volta non passerà neppure un giorno in carcere, purché si consegni a lui.
Nel frattempo trascorra la Pasqua tranquillamente dove si trova.
I due Pm vengono a conoscenza anche di questo fatto, e dopo aver “tirato le orecchie” al Gip, chiedono e ottengono un mandato di estradizione, che viene notificato al nostro allorché in seguito a questo provvedimento viene arrestato dai Federali all’aeroporto di Atlanta mentre era in procinto di raggiungere una delle tre aziende di cui era CEO.
Figuratevi la faccia dell’avvocato americano appena letto il capo d’imputazione! Dove erano i corrotti che potessero giustificare tale provvedimento? “Rimanga qui, e vedrà che questo mandato è nullo anche per la legge internazionale”.
Il nostro invece, forte della sua innocenza al momento dell’udienza dinanzi al giudice federale invece chiedeva che venisse accolta la richiesta, dichiarando di “voler tornare in Italia” e mettere fine finalmente a questa vicenda.
Risultato, due giorni in cella d’isolamento nel carcere federale di Atlanta (catene ai piedi e alla cintola e ai polsi), trasferimento a proprie spese in aereo con due GMen a Mew York dove ad attenderlo erano un ufficiale dei Carabinieri e uno della Gdf, per scortarlo a Roma il sabato di Pasqua. Inutile aggiungere altri interrogatori da parte di Vinci, che fa sapere tramite l’avvocato che basta che venga fuori un nome e rimanda libero “l’imputato”.
E poiché questi risponde che non conosce alcun corrotto, viene rimandato in cella, da dove uscirà dopo altri venti giorni per trascorrere altri tre mesi ai domiciliari
Poi tre anni di indagini preliminari, che non approdano a niente, ma ormai c’era il rinvio a giudizio, e si inizia il processo.
Frattanto il pm. Vinci da accusatore diventa imputato e condannato per “concussione” a 14 mesi con la condizionale, tramutata in assoluzione in secondo grado. Poi sembra che venga scoperto un suo conto segreto in Svizzera con una giacenza di tre miliardi! Il Pm viene arrestato, ai domiciliari - i magistrati non vanno a regina Coeli! – naturalmente, e il mattino dopo, stranamente viene trovato morto.
Infarto si afferma. I maligni pensano a un più dignitoso suicidio.
E l’altro PM, Francesco Misiani? Tutti ormai conoscono la storia del bar Mandara, legata alle vicende dell’avv. Previti.
Una implicazione che lo costringe a lasciare la magistratura, e a tentare la carriera di avvocato.
Ma questo dopo aver pubblicato un libro dal titolo evocativo, “La toga rossa”, dove oltre ai suoi comportamenti nello svolgere la sua funzione vista la sua militanza nell’estrema sinistra, racconta come molte persone come il protagonista di questa storia venivano arrestate “per farle parlare”.
Una sorta di tortura insomma. Il processo passa così da un P.M. all’altro, decine di testimoni vengono chiamati dall’accusa, nessuno dalla difesa, ma i famosi corrotti non vengono identificati. Perché non sono mai esistiti, non c’è stato neppure un tentativo di corruzione o di concussione.
E il PM non deve far altro che chiedere l’assoluzione perché il fatto non sussiste!
Che il Tribunale dopo 15 minuti di camera di consiglio fa diventare sentenza, poi passata in giudicato e quindi definitiva.
Fra i tre anni di indagini preliminari, fatta anche di perquisizioni varie, rogatorie, eccetera, e sette anni di processo, ci sono voluti dieci anni a quella persona per uscire dal tritacarne della Giustizia.
Ha perso lavoro, posizioni sociali, dar fondo ai propri risparmi, ha dovuto convivere in cella con rapinatori, pluriomicidi, rimanere tappato in casa, muoversi ( in America) con catene ai piedi e alle mani, spendere centinaia di migliaia di euro per difendersi, e soprattutto per curare un “carcinoma spinocellulare”, un tumore maligno dal quale è miracolosamente guarito.
Non mettiamo in conto le sofferenze della famiglia, dei due figli allora dodicenni, della moglie.
Il nostro sperava in un risarcimento da parte dello Stato, come vuole la legge che ha beffato gli italiani del referendum che voleva la responsabilità dei giudici. C’è voluto un processo civile. Risultato: un risarcimento di solo 8mila euro!
Che il nostro non ha neppure riscosso, perché avrebbe dovuto pignorare questi fondi presso la Tesoreria dello Stato e attendere un’altra sentenza.
Ma che vadano al diavolo! s’è detto. Ultima nota: il protagonista di questa storia è il sottoscritto. Francesco Fusco
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