| Il 32,8% degli esercenti pronto a ritoccare il prezzo del caffè al bar |
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| 08/01/2008 | |
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9 gen. - Uno dei riti più amati dagli italiani, quello del caffè, d'ora in poi sarà più costoso. Da un'elaborazione dei dati Istat svolta dalla Federazione italiana pubblici esercenti e da Confcommercio, emerge che il 32, 8% degli esercenti sarebbe pronto a ritoccare il listino dei prezzi di un buon 5%. La tazzina
da bar passerebbe così da una media nazionale di 82 centesimi a 1,20 euro nelle
città più care del nord Italia.
La motivazione del rincaro, spiega il direttore generale della Fipe, Edi Sommaria, risiede in una serie di concause. "All'aumento della materia prima si vanno infatti ad aggiungere i maggiori costi dei servizi e della manodopera".
Secondo una recente indagine svolta dall'Adoc sarebbero le regioni del nord ad
essere più colpite dall'aumento della tazzina da bar, mentre al centro e al sud
la situazione resterebbe stabile. Se a Genova il caffè
da bar e' destinato infatti a salire dai 92 centesimi attuali ai 97, e a Torino da
85 centesimi si passerebbe a 90,
a Napoli la media rimarrebbe sui 70 centesimi a tazzina
e solo poco di Secondo l'Adoc infatti una tazzina di caffè comprensiva di tutti i costi generati sia dall'acquisto della materia prima che dalla gestione, costa agli esercenti non più di 22 centesimi con un guadagno degli esercenti quindi di oltre tre volte rispetto all'investimento. Tesi questa, fortemente smentita da Sommariva. "Quello presentato dall'Adoc e' uno schema scorretto che non corrisponde a realta'", tuona il direttore generale della Fipe. "Non si puo' fare del populismo a buon mercato. Quella dei bar non e' un'attività industriale omogenea nel tempo e non e' possibile trarre conclusioni del genere". Sommariva precisa che il ricavato degli esercenti pubblici si aggira invece tra il 10 e il 12%. "I costi di una tazzina equivalgono circa all'85% del totale. Il 30% dipende dalla materia prima, il 33% dalla manodopera e il restante dai costi di gestione come elettricita', affitto del locale, tasse e così via".
Anzi, secondo Sommariva, gli aumenti sono giunti tardivi. "Dal sondaggio che abbiamo svolto e' emerso che a voler
alzare i prezzi sono solo gli esercenti che hanno i listini dei prezzi fermi da
tre anni. E il 'ritocco' e' comunque dovuto all'aumento delle materie prime,
dei servizi e dei costi occulti. Si tratta - ha aggiunto - di un'azione tardiva
rispetto all'inflazione che si e' registrata negli ultimi tre anni". E
secondo Sommariva la decisione del direttore generale di Starbucks, la
multinazionale del caffè, di non voler investire in Italia la dice lunga.
"Il prezzo del caffè nel Belpaese e' troppo basso per consentire |
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