| IL 67% DEGLI ITALIANI DISPOSTI A CAMBIARE PAESE PER LAVORO |
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| 09/04/2008 | |
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9 Apr. - Italiani disponibilissimi a valutare opportunita' lavorative in altre citta' (81%) o Paesi stranieri (67%) e pronti a cambiare anche radicalmente lingua ed abitudini. Molto poco propensi, invece, a lunghi trasferimenti quotidiani: solo l'8% accetterebbe percorsi oltre i 60 minuti. Lo rivela l'ultimo Kelly workforce
index, l'indagine condotta per verificare quanto siano disposti i
lavoratori a spostarsi per trovare occupazione e realizzata da Kelly
services.Secondo quanto emerso dalla ricerca, l'atteggiamento dei lavoratori verso il pendolarismo non e' uniforme. Se ovunque e' auspicata una certa prossimita' tra ufficio e luogo di residenza, il livello di insofferenza verso la necessita' di lunghi spostamenti per raggiungere il proprio posto di lavoro varia sensibilmente da paese a paese. In Belgio, per esempio, ben il 23% degli intervistati ha dichiarato di essere disposto ad affrontare spostamenti di oltre un'ora per raggiungere l'ufficio, mentre in Italia solo l'8% del campione accetterebbe tratte quotidiane che superano i 60 minuti. Venendo ai dati della ricerca globale, a sorpresa, la disponibilita' a cambiare citta' o Paese per ricoprire una posizione lavorativa piu' ambita, diviene per i lavoratori del nuovo millennio quasi una necessita'.
Infatti, nonostante il
57% degli intervistati si auguri di continuare a vivere e lavorare nella stessa
citta' fino alla pensione, ben il 75% delle persone coinvolte nel sondaggio
valuterebbe la possibilita' di spostarsi per intraprendere una nuova esperienza
professionale, e il 59% addirittura di emigrare all'estero. Tendenza questa,
ulteriormente avvalorata dall'alta percentuale di intervistatiche affermano di
aver gia' cambiato citta' (42%) e Paese (21%).
''Negli ultimi decenni, il mercato del lavoro e' stato protagonista di
profondi cambiamenti'', dichiara il direttore generale di Kelly services
Italia, Stefano Giorgetti. Il fenomeno della globalizzazione ha portato, tra
le tante conseguenze, anche alla nascita di una 'nuova generazione di
lavoratori' per cui il concetto di confine e il sentimento di 'radicamento
territoriale' hanno perso valore. Basti pensare che in Italia, Paese celebre
per il campanilismo dei suoi abitanti, circa 4 intervistati su 5 sarebbero
disposti a cambiare citta' per lavoro e oltre 2/3 del campione auspica un
trasferimento all'estero.
Tra le tante implicazioni della globalizzazione delle human capital, continua Stefano Giorgetti, ''si deve considerare l'influsso positivo sull'economia dei Paesi in cui il fenomeno e' piu' accentuato, che si caratterizza per maggiore dinamismo e produttivita'. Per le aziende infatti, la mobilita' delle risorse umane, significa soprattutto la possibilita' di accedere alle miglioririsorse presenti sul mercato indipendentemente dalla localizzazione geografica delle stesse''. La ricerca ha inoltre evidenziato quali siano i principali fattori che ostacolano il trasferimento. Secondo la classifica stilata da Kelly Services al primo posto compare la famiglia (dato globale 62% e dato Italia 60%), da cui in pochi sono disposti ad allontanarsi, seguita dalle difficolta' legate alle barriere linguistiche (dato globale 37% e dato Italia 21%,), da problemi legati al possesso di immobili (dato globale 20% dato Italia 19%) e a particolari regimi fiscali (dato globale 12% e dato Italia 4%). Il 5% degli italiani dichiara, infine, la propria perplessita' a spostarsi per timore di perdere i diritti pensionistici maturati nel corso della carriera mentre su scala internazionale questo tipo di preoccupazione incide per il 10% degli intervistati. (Adnkronos) |
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