| Il Kenia alle urne il 27 dicembre |
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| 19/11/2007 | |
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20 Nov. - Le prossime elezioni di dicembre sono anche le prime in cui i
kenioti sono chiamati a valutare l'operato di un presidente in carica da soli
cinque anni e che ha governato in un ambiente multipartitico.
Mwai Kibaki però questa volta si ricandida sostenuto proprio dagli uomini che nelle precedenti elezioni erano i suoi principali rivali: Daniel arap Moi, il presidente che ha guidato il paese per ventiquattr'anni, e Uhuru Kenyatta, figlio del primo presidente, che nelle scorse elezioni Moi aveva designato come suo successore, candidandolo con il Kanu. D'altra parte, l'alleanza tra Kibaki e Moi non nasce in questi mesi ma affonda le radici nei rapporti di lunga data tra i due. In passato Kibaki infatti è stato per molto tempo nelle file del Kanu e più volte a capo di un ministero nei vari governi Moi, di cui è stato anche vicepresidente. A sfidare il presidente uscente, sostenuto dalla vecchia guardia, ci sono due suoi ex ministri, che nel 2005 -per opporsi all'approvazione della nuova Costituzione- hanno dato vita al movimento per il "no" in occasione del referendum formando l'Orange Democratic Movement (Odm). Ad ostacolare Kibaki nel suo intento di dare al paese una nuova Carta costituzionale, promessa centrale della sua precedente campagna elettorale, c'era anche il Kanu che fino a qualche mese fa era parte dell'Odm. Il cosiddetto movimento dell'arancia alle prossime elezioni si presenterà diviso in due coalizioni, con due candidati distinti: Raila Odinga (Odm) e Kalonzo Musyoka (Odm-K), mentre il Kanu ha preferito entrare nel Pnu di Kibaki. Neppure di Odinga e Musyoka si può dire che siano uomini nuovi sulla scena politica del Kenya, visto che entrambi hanno fatto parte prima della squadra di Moi, poi sono stati gli uomini chiave del National Rainbow Coalition (Narc), la coalizione che nel 2002 sfidava Uhuru Kenyatta e il Kanu, per infine fare parte della squadra di governo di Kibaki.
Gli ultimi cinque anni sono stati tra i
più dinamici del Kenya post coloniale e con il nuovo governo molte cose sono
cambiate: lo spazio democratico si è ampliato, i diritti civili sono più
rispettati e c'è maggiore pluralismo nell'informazione. Molto resta però
ancora da fare e staremo a vedere se i kenioti sceglieranno di consegnare il
paese per altri cinque anni allo stesso uomo o a uno dei suoi sfidanti (Odinga
per il momento è il favorito dei sondaggi). L'intricata composizione degli
schieramenti e delle alleanze suggerisce comunque che l'eventuale alternanza al
potere, avviata con le elezioni precedenti, non verrebbe accompagnata da alcuno
svecchiamento. C'è poi la scelta in base alla valutazione dei programmi e delle promesse che nelle ultime settimane stanno animando i comizi e le pagine dei giornali. Si va dalle cure mediche gratuite per madri e bambini all'investimento in infrastrutture, dalla creazione di nuovi posti di lavoro alla promessa di una crescita economica sostenuta e a una maggiore partecipazione delle donne nella politica e nell'impiego pubblico. Ma tra tutto questo entusiasmo pre-elettorale a tenere banco c'è il dibattito sul majimbo. La proposta di Odinga -a volte tradotta come federalismo, altre come devolution o decentralizzazione- è un concetto che in Kenya risale alla costituzione d'indipendenza ed è riemerso a più riprese anche ultimamente nelle bozze di riforma della Costituzione. Il rischio secondo i suoi critici è l'accentuarsi delle rivalità etniche, affatto estranee al paese, che è stato teatro di violenti scontri che negli anni Novanta hanno insanguinato soprattutto la regione della Rift Valley, a poco tempo dalle prime elezioni multipartitiche del Kenya indipendente. A favore della soluzione federalista giocherebbe invece l'opportunità di gestire in modo più equo le risorse su tutto il territorio, favorendo la lotta alla povertà in modo più omogeneo e l'offerta di servizi pubblici anche nelle aree più svantaggiate. Le modalità di attuazione di un sistema decentrato non sono ancora chiare, come non lo sono quelle per garantire un'educazione secondaria gratuita, primo punto del contratto che in questi giorni Kibaki ha stipulato con i kenioti. L'educazione è considerata un punto chiave della strategia di sviluppo del Kenya che vanta un tasso di alfabetizzazione del 73,6%, buono rispetto ad altri paesi africani. E' anche una delle aree di intervento che ha reso popolare Kibaki, il quale durante il suo mandato ha aperto le porte delle scuole elementari ai bambini di tutto il paese, rendendo gratuita l'educazione primaria. In poco tempo le iscrizioni sono passate da 5,9 a 8 milioni, a discapito però della qualità del servizio pubblico che soffre della mancanza di strutture e insegnanti sufficienti per reggere l'improvviso aumento del numero degli studenti. (Limes)
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