| ISTAT: 100 STATISTICHE - DISOCCUPAZIONE - CRIMINALITA' - POVERTA' GLI INCUBI |
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| 07/05/2008 | |
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07 mag. - Per il 70,1 per cento dei cittadini
italiani la disoccupazione e' il problema prioritario per il
Paese nel 2006; tuttavia, rispetto al 2000, si registra una
diminuzione di 5,4 punti percentuali. La criminalita'
preoccupa piu' della meta' degli italiani (58,7 per cento),
mentre la poverta' e' il tema che negli ultimi anni ha
accresciuto la sua rilevanza come problema nella percezione
dei cittadini: dal 17,0 per cento nel 2000 al 29,4 per cento,
con un incremento quindi di 12,4 punti percentuali.
Sono i dati contenuti nel Volume ''100 Statistiche per il
Paese'' diffuso oggi dall'Istat.
OMICIDI IN CALO MA CRESCE PAURA ITALIANI - In Italia dal 2000 ad oggi si assiste ad una progressiva riduzione del numero di omicidi, che passano da 13,1 a 10,3 per milione di abitanti. E' quanto emerge dalle "100 statistiche per il Paese", il rapporto presentato oggi dall'Istat durante la conferenza stampa presso la sede romana di Via Cesare Balbo. La gran parte degli omicidi, si legge ancora nel rapporto, si registra nelle regioni del Mezzogiorno, in particolare in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna e, in modo minore,Basilicata. Anche queste regioni, tuttavia, presentano lo stesso andamento decrescente che si osserva a livello nazionale. Si puo' dunque supporre che la riduzione degli omicidi sia strettamente legata alla diminuzione degli omicidi di criminalita' organizzata registrata nelle regioni del sud e nelle isole. Su questa tipologia di reato, quello da criminalita' organizzata, e' netta la spaccatura tra il nord e il sud del Paese. La riduzione e' imputabile per lo piu' ai quozienti decrescenti di Puglia e Calabria, nonostante in questa ultima regione si rilevino ancora valori superiori a tutte le altre: insieme alla Campania (22,1 omicidi per milione di abitante) rimane infatti la regione con i valori dell'indice piu' elevati (34,4). Ad oggi, dunque, queste due regioni sono anche quelle definibili piu' a rischio per la presenza di organizzazioni criminali (camorra, 'ndrangheta), che utilizzano ancora frequentemente lo strumento dell'omicidio. In particolare, la "guerra della camorra" che si e' consumata a Napoli nel 2004, ha influenzato il dato campano. Nel contesto europeo, l'Italia e' uno dei Paesi piu' sicuri per numero di omicidi commessi: si colloca al di sotto della media europea (14 omicidi per milione di abitanti), in ottava posizione dopo Austria, Lussemburgo, Svezia, Germania, Malta, Slovenia e Repubblica Ceca. I Paesi con il maggior numero di omicidi sono le ex repubbliche russe del Baltico, Lituania, Estonia e Lettonia, che hanno indici rispettivamente pari a 118,3, 83,9 e 55,2 per milione di abitanti.
Nonostante questi dati incoraggianti, la criminalita'
preoccupa piu' della meta' degli italiani: il 58,7% dei nostri
concittadini.
ANCORA ALTA QUOTA SMALTITA IN DISCARICA - Con un valore di 325 chilogrammi di rifiuti smaltiti in discarica per ciascun abitante l'Italia si colloca, nel 2006, troppo al di sopra della media europea: l'orientamento comunitario in materia di gestione dei rifiuti e', infatti, quello di prevenirne la produzione, promuovendone il riciclo e diminuendo lo smaltimento in discarica. Il valore di circa 310 chilogrammi pro capite di rifiuto urbano smaltito in discarica, gia' raggiunto nel 2005, e' decisamente peggiore dei valori di gran parte dei Paesi dell'Unione Europea a quindici, e in particolar modo di quelli del nord Europa. Anche rispetto alla media dell'Unione Europea a 25 Stati membri (230 chili pro capite) il valore dell'Italia e' piuttosto elevato. Tra i Paesi europei che presentano una situazione decisamente peggiore della nostra vi sono Cipro, Malta e la Bulgaria, con oltre 400 chili pro capite. Inoltre peggio dell'Italia hanno fatto anche Irlanda, Grecia, e Regno Unito, Paesi gia' compresi tra i membri dell'Unione Europea a quindici. I Paesi che presentano in assoluto i valori piu' bassi sono Germania, Belgio, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi con meno di cento chili di rifiuti prodotti pro capite. Per quanto riguarda le singole regioni, si rileva un divario piuttosto accentuato tra i valori dell'indicatore al nord (195 chilogrammi pro capite per il nord-ovest e 226 per il nord-est) e nel Mezzogiorno dove si registrano poco meno di 400 chili pro capite di rifiuti smaltiti in discarica. Per questo nell'ambito del Quadro stratetigico nazionale per le politiche regionali e' previsto un meccanismo incentivante a favore delle regioni del Mezzogiorno che raggiungeranno nel 2013 il valore-obiettivo di 230 chili per abitante di rifiuti urbani smaltiti in discarica. Tra le regioni del nord, quattro si collocano gia' al di sotto di tale soglia (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e provincia autonoma di Bolzano), mentre le restanti sono comunque vicine. Fanno eccezione la Valle d'Aosta e, soprattutto la Liguria, con quote in crescita che nel 2006 superano i 540 chili pro capite. Tutte le regioni del centro presentano tuttora valori elevati dell'indicatore e si collocano nella classe peggiore, piu' di 360 chili per abitante. Nel Mezzogiorno la situazione non e' molto migliore di quella del centro, con l'eccezione della Basilicata che, con 232 chili pro capite, e' prossima all'obiettivo fissato al 2013; si deve tuttavia segnalare l'andamento decrescente di tale forma di smaltimento che caratterizza, oltre alla Basilicata, anche la Calabria e la Campania con, rispettivamente, di 75 e 62 chili pro capite in meno dal 2002 al 2006.
IL VERDE IN ITALIA? SI SPENDE 450 EURO/ABITANTE - "Nel 2005, in Italia si spendono in media
per finalita' ambientali 450 euro per abitante, con fortissime
disparita' regionali. Si va da oltre 700 euro nelle province
autonome di Bolzano e Trento ai 380 euro in media nel
Mezzogiorno". E benche' le politiche comunitarie
incoraggino lo smaltimento per incenerimento e
termovalorizzazione, nel 2006 "in Italia sono stati smaltiti
rifiuti poco meno di 70 chilogrammi di rifiuti urbani per
abitante utilizzando tale modalita', un valore sensibilmente piu'
basso di quello che si riscontra nella media europea".
FONTI RINNOVABILI COPRONO 15% CONSUMI ITALIANI - In Italia meno del 15 per cento dei consumi di energia elettrica viene coperto da fonti rinnovabili, ponendo il nostro Paese leggermente al di sotto della media europea. Nel 2005 l'Italia risulta avere un valore nazionale pressoche' uguale alla media Ue27, Ue25 e Ue15 che, per tutti i raggruppamenti, si attesta intorno al 14 per cento. Rispetto ai paesi di piu' grande dimensione l'Italia si colloca leggermente al di sotto della Spagna e al di sopra di Francia, Germania e Regno Unito. In Europa i paesi che presentano valori molto alti, superiori al 45 per cento, di consumi di energia elettrica generata da fonti rinnovabili sono Svezia, Austria e Lettonia. Tra i paesi che sfruttano meno questo tipo di energia figurano invece Estonia, Polonia e Belgio, con quote inferiori al 3 per cento. In Italia solo alcune regioni producono e sfruttano al meglio l'energia elettrica da fonti rinnovabili. Sia la Valle d'Aosta sia il Trentino-Alto Adige producono energia elettrica attraverso gli impianti idroelettrici da apporti naturali in quantita' superiore ai loro consumi; entrambe le regioni coprono totalmente la produzione di energia elettrica attraverso le fonti rinnovabili. Le altre regioni del Nord nel 2006 presentano valori sempre al di sotto del 15 per cento, eccetto il Piemonte. Per quanto riguarda il Centro, in Toscana e Umbria le fonti rinnovabili coprono piu' del 25 per cento dei consumi, mentre nelle altre regioni la quota inferiore al 7 per cento. Nel Mezzogiorno, Abruzzo e Calabria coprono piu' di un quarto dei loro consumi con tali fonti, mentre Campania, Puglia e Sardegna presentano valori piuttosto bassi. In assoluto le regioni con le quote piu' ridotte di consumi coperti da fonti rinnovabili sono la Sicilia (2,7 per cento) e la Liguria (3 per cento). Il quadro di insieme e' evidentemente dominato dall'apporto idroelettrico, che privilegia le regioni montuose.
Tuttavia,
in regioni in cui si hanno apporti naturali diversificati -
ad esempio la Toscana, unica regione in Italia che produce
energia geotermica, o in regioni come Abruzzo e Calabria,
dove si ha un apporto di energia naturale da fonti diverse
come l'eolico, l'idrico, il fotovoltaico e le biomasse - il
consumo di energia elettrica coperto da apporti naturali e'
consistentemente piu' elevato.
AGRICOLTURA
CONSISTENTE UTILIZZO DI FERTILIZZANTI IN ITALIA - In Italia e' consistente l'utilizzo
dei fertilizzanti in agricoltura, finalizzato all'aumento della
produttivita'. Nel 2006 infatti, sono stati distribuiti circa 1,5
quintali di fertilizzanti semplici.
La Francia e' il paese europeo dove piu' intenso e' l'utilizzo
con piu' di milioni di tonnellate in valore assoluto, seguita dalla
germania, dalla Spagna e dal Regno Unito. A seguire troviamo l'Italia
e la Polonia con quantita' simili.
Mentre gli altri paesi europei
presentano conumi assai piu' contenuti.
Attualmente comunque, in Italia, se ne fa un minor utilizzo
rispetto agli anni precedenti quando il picco massimo venen toccato
nel 2004.
TRASPORTI
IN ITALIA 42,5 AUTO OGNI KM DI RETE STRADALE
- In Italia nel 2005 le merci trasportate su
ferrovia ammontano a poco piu' di 42 milioni di tonnellate (in
partenza) e 57 milioni (in arrivo), con incrementi molto
contenuti del ricorso a questa modalita' di trasporto delle
merci, ben al di sotto degli indici comunitari".
In Italia, "nel 2005, i trasporti di merci su strada hanno sviluppato un traffico di 212 miliardi di tonnellate-km". L'indice di pressione degli autoveicoli circolanti, rileva l'Istat, si attesta "su valori elevati (42,5 vetture per chilometro di rete stradale) risultando inferiore solo a Spagna, Slovacchia, Regno Unito e Austria". ITALIANI AMANTI AUTO, TRA I PIU' MOTORIZZATI AL MONDO - Italiani sempre piu' affezionati alle automobili. Nel 2006 il tasso di motorizzazione tocca quota 598,4 autovetture ogni 1.000 abitanti, facendo segnare uno dei livelli piu' alti al mondo. Mentre dal 1991 la categoria che ha registrato la crescita piu' consistente e' quella dei motocicli, con un incremento del 5,1%. Guardando l'andamento del dato nazionale, infatti, il tasso di motorizzazione in Italia e' passato da 501 autovetture ogni 1.000 abitanti nel 1991 a 598,4 nel 2006, con un incremento medio annuo pari all'1,3%. Facendo un confronto a livello europeo, secondo gli ultimi dati disponibili del 2004, il Belpaese segna 581 autovetture ogni 1.000 abitanti, ed e' secondo solo al Lussemburgo (659), superando di quasi il 26% la media europea, pari a 463 autovetture ogni 1.000 abitanti. Nella classifica europea relativa al numero delle auto, l'ultima posizione spetta alla Romania, con 149 vetture, circa il 70% in meno della media europea. Anche gli altri Paesi dell'Europa dell'est registrano tassi piu' bassi della media. Nell'Europa del Nord, invece, la Svezia conta 456 autovetture ogni 1.000 abitanti, la Finlandia 448, i Paesi Bassi 429, l'Irlanda 385 e Danimarca 354, attestandosi su livelli del tasso di motorizzazione inferiori alla media, cosi' come Spagna (454 per 1.000 abitanti) e Grecia (348) nell'Europa meridionale. Belgio e Regno Unito, che in questo caso non comprende l'Irlanda del Nord, si collocano in una posizione intermedia, rispettivamente con 467 e 463 vetture ogni 1.000 abitanti. A livello nazionale dal 1991, la categoria che ha registrato la crescita piu' consistente e' quella dei motocicli (nel 2006 risultano circa 5 milioni e 300mila); il loro andamento segna aumenti costanti, con un incremento medio di periodo del 5,1%.
Il tasso di motorizzazione che riguarda gli autobus invece,
registra decrementi fino al 1996 e una crescita successiva, con
un aumento medio nei quindici anni di segno positivo, pari
all'1,2%
SPESA SANITARIA PUBBLICA AL 7% DEL PIL - Nel 2005 la spesa sanitaria pubblica pro capite italiana e' stata pari a circa 1.624 euro, il 6,7% del Pil. Il valore piu' elevato, in quell'anno, e' stato raggiunto dal Centro con 1.756 euro pro capite, e il piu' basso nel Mezzogiorno con 1.590 euro. La regione che spende di piu' e' il Molise (2.022 euro), seguita dal Lazio (1.964 euro). La Liguria, con la popolazione concentrata nelle classi di eta' anziane, e' al terzo posto (1.854 euro); la Calabria e' la regione maggiormente svantaggiata (1.481 euro). Considerando le sole prestazioni sanitarie, che assorbono il 94% della spesa, il 39% viene erogato da strutture private in regime di convenzione. Cio' e' particolarmente evidente nel Mezzogiorno e nel nord-ovest, mentre il nord-est e' maggiormente caratterizzato dalle prestazioni dirette. Tra le regioni, la Valle d'Aosta e' quella che fa meno ricorso al regime in convenzione; all'opposto, la Lombardia vi dedica il 45% della spesa sanitaria. La spesa in convenzione e' indirizzata per il 31,7% ai farmaci; per il 22,6% alle prestazioni fornite dalle case di cura private; l'assistenza medica rappresenta complessivamente il 25,5%, ripartita tra spesa per i medici generici (17%) e prestazioni specialistiche (8,5%). In particolare, nel nord-ovest le prestazioni fornite dalle Case di cura private (il 27% della spesa in convenzione) sono equiparabili alla spesa farmaceutica (27,7%). Il nord-est e' caratterizzato da una spesa in convenzione rivolta maggiormente ai farmaci; al contempo i costi per il medico generico e per l'assistenza integrativa e domiciliare si attestano su valori superiori alla media nazionale. D'altrocanto, per queste regioni, si riscontra la piu' bassa quota per prestazioni fornite dalle Case di cura private e dalla medicina specialistica. Il Centro spende soprattutto per farmaci (34%) e per l'assistenza in case di cura private (23,8%), mentre la quota destinata al medico generico e' la piu' bassa riscontrata sul territorio nazionale (15,6%). Per il Mezzogiorno sono significative l'assistenza farmaceutica e quella fornita dalle case di cura private, che risulta comunque inferiore alla media nazionale. Rispetto al resto del territorio, le regioni del sud e delle isole presentano la piu' alta quota per assistenza in protesi e cure balneotermali e la piu' bassa quota assorbita dall'assistenza integrativa e domiciliare. IN ITALIA LA PIU' BASSA MORTALITA' MALATTIE CARDIACHE - E' tra le piu' basse in Europa la mortalita' in Italia per le malattie cardiocircolatorie e per quelle piu' in generale tipiche delle eta' adulte e anziane. Secondo i dati Istat, nel 2003 in Italia il tasso standardizzato di mortalita' per queste cause e' pari nel complesso a 40 decessi ogni 10.000 residenti. I maschi, con un tasso di 48,7 per 10.000, sono piu' svantaggiati rispetto alle femmine (33,9). Nel 2003, le malattie del sistema cardiocircolatorio rappresentano la prima causa di morte in quasi tutti i paesi dell'Ue, con la sola eccezione della Francia, dove i tassi di mortalita' piu' elevati sono dovuti ai tumori e che registra un vantaggio per malattie cardiovascolari pari a 16,1 per 10.000 abitanti (28,2 e' il dato medio dell'Ue27). La Spagna registra un valore del 18,7 per 10.000 e, con i Paesi Bassi e l'Italia (rispettivamente 21,2 e 22 decessi per 10.000 abitanti), presenta i valori piu' contenuti a livello europeo. Considerando che per Belgio, Danimarca e Cipro non sono disponibili dati di mortalita' confrontabili, tutti i paesi di nuova adesione hanno una mortalita' legata a problemi cardiovascolari decisamente sostenuta; la situazione peggiore si riscontra in Bulgaria e Romania, con un tasso di mortalita' rispettivamente del 71,3 e del 68,6 per 10.000 abitanti. Tra i paesi dell'est, la Polonia si attesta sul valore piu' contenuto (41,5 per 10.000). Infine Slovenia, Malta, Germania e Austria si collocano in prossimita' del dato medio europeo, con una mortalita' che varia da poco piu' del 29 al 27 per 10.000 abitanti. Quanto all'Italia, nell'anno di riferimento la morte per malattie cardiovascolari e' prevalente in tutte le province, anche se a Sondrio, Lodi e Venezia per i maschi la prima causa di morte e' rappresentata dai tumori. La geografia delle malattie del sistema circolatorio per il complesso dei due sessi fa emergere lo svantaggio delle province del Mezzogiorno, soprattutto della Campania che, insieme a quelle della Sicilia, risultano particolarmente penalizzate: Caserta, Napoli, Caltanissetta e Catania si attestano su valori tra il 25 e il 30 per cento superiori rispetto alla media italiana, mentre Agrigento sfiora i 50 decessi per 10.000 residenti. I valori piu' bassi si concentrano nel Nord-est, con Treviso, Bologna, Ravenna, Rimini e Padova che registrano valori al di sotto dei 35 decessi per 10.000 residenti. Le differenze di genere a livello regionale confermano il generale vantaggio delle femmine, con i valori piu' bassi in Veneto ed Emilia-Romagna; di contro, per i maschi le regioni piu' favorite sono Sardegna e Toscana, con tassi di mortalita' standardizzati pari a circa 44 e 45 decessi per 10.000 residenti. SERVIZI INFANZIA NE FRUISCE SOLO UN BIMBO SU 10 - E' di appena l'11,3% la quota di bambini italiani in eta' 0-3 anni che fruisce dei servizi per l'infanzia, cioe' asili nido, micronidi o servizi integrativi: lo rileva l'Istat nella prima edizione di '100 Statistiche per il Paese'' presentata oggi. I dati si riferiscono al 2004. A livello nazionale, il quadro si presenta piuttosto disomogeneo: l'Istat rileva infatti come ci sia una distanza molto ampia tra la regione che presenta la situazione migliore, l'Emilia-Romagna, dove la percentuale di bambini che usufruisce di questi servizi e' del 27,5% e la Campania, la piu' carente, dove solo l'1,5% va all'asilo nido o equivalente. Il divario e' ben sintetizzato dalla distanza tra i valori globali del Centro-nord (15,5%) e del Mezzogiorno (4,2%). Da rilevare anche come la scelta del nido prevalga (piu' del 70%) su quella degli altri servizi per la fascia 0-3 anni. Sempre nel 2004, i Comuni che hanno attivato almeno un servizio tra asili nido, micronidi o altri servizi per l'infanzia sono appena il 39% del totale. Sono la Valle d'Aosta e la Provincia autonoma di Bolzano ad offrire la piena diffusione di questi servizi: tutti i Comuni li hanno attivati.
In media, al Centro-nord risulta coperto il 47,6% dei Comuni,
mentre nel Mezzogiorno solo il 21,1%. Particolarmente basso il
livello della Provincia autonoma di Trento (meno del 10%).
L'ITALIA VI DEDICA SOLO 4,4% DEL PIL - In Italia, nel 2005, l'incidenza della spesa in istruzione e formazione sul prodotto interno lordo e' pari al 4,4%, ben al di sotto del valore medio dell'Unione Europea a 27 Stati membri che e' del 5,09%. I Paesi piu' distanti dalla media comunitaria sono la Romania (3,3%) e Lussemburgo (3,9%); Slovacchia, Grecia e Spagna presentano valori inferiori di circa un punto percentuale rispetto al valore medio. Tra i Paesi che stanziano piu' risorse vi sono Danimarca (8,5%), Svezia (7,4%) e Finlandia (6,4%) che, insieme a Cipro (6,7%), superano di un punto il valore medio dell'Unione Europea. Per le politiche a sostegno dell'apprendimento della popolazione e dell'aumento delle conoscenze, le regioni italiane mostrano comportamenti distanti tra loro: le regioni del Mezzogiorno sono quelle che investono di piu' in questo settore e, in particolare, nel 2005 in Calabria, Sicilia e Basilicata l'incidenza di queste voci di spesa sul Pil sono state rispettivamente del 7,3%, 7,2% e 7%. Le altre regioni del Mezzogiorno presentano valori conmpresi tra il 6,1% della Puglia e il 6,7% della Campania. Tra i territori del centro-nord, e' la provincia autonoma di Trento che mostra valori simili a quelli del sud: l'investimento della provincia in capitale umano e' pari a 5,8% rispetto al Pil. La spesa piu' bassa e' invece quella della provincia autonoma di Bolzano (1,3%), seguita da Lombardia (3,1%) e Veneto (3,2%). A livello nazionale nella composizione della spesa in risorse umane pesa in misura prevalente la voce "istruzione" (4,2%) del Pil mentre la voce "formazione" incide solo per lo 0,2%. Per entrambe le voci, in particolare per l'istruzione, il Mezzogiorno stanzia di piu' rispetto al centro-nord: 6,6% contro il 3,7% META' ITALIANI ADULTI HA SOLO LICENZA MEDIA - In Italia, nel 2007, il 48,2% della popolazione in eta' 25-64 anni ha conseguito come titolo di studio piu' elevato solo la licenza di scuola media inferiore. Nel contesto europeo l'Italia presenta al 2006 un valore dell'indicatore pari al 48,7%, che posiziona il nostro Paese in fondo alla graduatoria insieme a Spagna, Portogallo e Malta.L'Unione Europea a 27 Stati membri presenta una media degli abitanti in possesso solo del titolo di scuola media inferiore pari al 30% ed e' bilanciata da Paesi come la Repubblica ceca, la Slovacchia e l'Estonia che presentano invece un basso livello di popolazione adulta che ha conseguito un livello di istruzione inferiore (10%). Dal 2004 al 2007 il Mezzogiorno vede aumentare la popolazione in possesso della sola licenza media di 2,4 punti percentuali, che crescono a 4,3 nelle regioni del centro-nord. Nell'analisi per regione emerge che Sardegna, Sicilia, Campania e Puglia presentano un maggior numero di abitanti fermi agli studi di scuola media inferiore, con quote intorno al 56-57%. Al Nord le situazioni in cui si rilevano le quote piu' elevate degli adulti che hanno conseguito solo la licenza media inferiore sono quella della provincia autonoma di Bolzano (52,6%) e della Valle d'Aosta (52,3%). PIU' DI 1 STUDENTE SU 10 ABBANDONA AL PRIMO ANNO SUPERIORI - IN SICILIA E CAMPANIA I TASSI PIU' ALTI, IN FRIULI VENEZIA GIULIA IL PIU' BASSO - Ancora alto in Italia il tasso di abbandoni scolastici, con le percentuali maggiori nel Mezzogiorno. Nell'anno scolastico 2005/06 la quota di giovani che che ha abbandonato gli studi al primo anno delle superiori, senza completare dunque l'obbligo formativo, e' del 11,1%. Forti i differenziali territoriali: e' il Friuli-Venezia Giulia la regione con quota di abbandoni piu' contenuta (6,2%) mentre i valori piu' elevati si rilevano in Sicilia e in Campania, dove rispettivamente 15 e 14 studenti su 100 non completano il percorso dell'obbligo formativo. Valori di dispersione scolastica preoccupanti si riscontrano, tuttavia, anche al Nord. In Valle d'Aosta, con l'11,7%, Liguria e Piemonte, entrambe al 10,8%. E al Centro, dove il tasso di abbandono del Lazio e' pari all'11,7%. Le regioni del Mezzogiorno che presentano tassi piu' contenuti, inferiori alla media Italia di oltre 3 punti percentuali, sono l'Abruzzo e il Molise con valori rispettivamente pari al 7,7% e all'8% NEI CORSI DI LAUREA DI 4-6 ANNI GLI ABBANDONI PIU' FREQUENTI - Il fatto che in Italia molti iscritti all'universita' non arrivi alla laurea e' dipeso dalla notevole concentrazione degli studenti nei corsi di 4-6 anni, dove gli abbandoni sono piu' frequenti. Il tasso di successo nei corsi di laurea lunghi e' infatti bassa su 100 immatricolati: soltando 58 riescono a laurearsi.
Il tasso e' contenuto per i gruppi di corsi di laurea
scientifico, geo-biologico e giuridico (ruspettivamente 42%
per il primo e 46% per gli altri due), mentre e' il gruppo
medico a distinguersi per l'alta percentuale di esiti
positivi (94 immatricolati su 100 conseguono il titolo di
studio).
SPESA ITALIANI CALA AL 22° POSTO IN EUROPA - Cala la spesa delle famiglie italiane per la ricreazione e la cultura: nel 2005, in media, hanno investito il 6,9% della spesa complessiva per i consumi finali, il 2,1% in meno rispetto all'anno precedente. Il confronto con l'Europa mette in luce come i consumi italiani nel settore siano decisamente inferiori non solo alla media dei paesi dell'Ue15 (il 9,6%), ma anche alle spese dei paesi di piu' recente adesione (9,5% per l'Ue27). La spesa delle famiglie italiane e' superiore solo a Portogallo, Lituania, Grecia, Romania, paesi per cui i dati si fermano pero' al 2004. Piu' in generale, nella graduatoria europea l'Italia si posiziona solo al ventiduesimo posto e il gap con gli altri paesi e' aumentato negli ultimi anni: l'incidenza delle spese per la cultura e' passata dal 7,3% del 2000 all'attuale 6,9%, a fronte di un decremento per la media dei paesi Ue27 dal 9,7% al 9,5%. Riguardo, invece, le differenze regionali italiane, i valori registrati al Centro-Nord sono superiori alla media nazionale con la punta piu' alta in Emilia-Romagna (8,1%), mentre al Sud sono di un punto percentuale sotto la media nazionale. I valori piu' bassi in assoluto, inferiori al 6%, in Calabria, Sicilia, Campania, Molise e Valle d'Aosta.
58,7% OCCUPATI IN 2007, MA ITALIA LONTANA DA UE - Occupazione in crescita in Italia, ma ancora lontana dagli obiettivi fissati a Lisbona nel 2000 che prevedono il raggiungimento entro il 2010 di un tasso di occupazione complessivo pari al 70% e al 60% per le donne. Nel 2007 in Italia risulta occupato il 58,7% della popolazione nella fascia di eta' 15-64 anni. Tuttavia, permangono ''notevoli'' le differenze di genere, a scapito della componente femminile. In particolare le donne occupate, sempre nel 2007, sono il 46,6%, gli uomini il 70,7%. Il tasso di occupazione e' cresciuto nel 2007 di 0,3 punti percentuali. Ad essere piu' penalizzati anche i giovani. Sempre nel 2007 il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) e' pari al 20,3% (di circa 14 punti superiore al tasso totale di disoccupazione). Anche in questo caso le differenze di genere si mantengono rilevanti: il tasso di disoccupazione giovanile delle donne italiane (23%) supera quello maschile di oltre cinque punti percentuali. Nonostante nel corso del decennio 1997-2006 il tasso di occupazione nazionale sia cresciuto di 4,5 punti percentuali e quello di occupazione femminile di 7,8 punti ''la differenza - sottolinea l'Istat - tra l'Italia e gli altri Paesi europei e' ancora rilevante''. Se nel 2006 il tasso di occupazione maschile italiano risulta inferiore a quello medio Ue di poco piu' di un punto percentuale, quello dell'occupazione femminile lo e' di 11 punti. Solo Ungheria, Malta e Polonia presentano tassi nazionali di occupazione, riferite a totale della popolazione, inferiori a quello italiano. Nel confronto con i Paesi di piu' vecchia adesione, l'Italia presenta il tasso di occupazione totale piu' basso, inferiore alla media Ue 15 di oltre 7,5 punti percentuali. +1,5% PIL PROCAPITE 2007,CONSUMI IN LINEA UE - Nel 2007 il prodotto interno lordo per abitante italiano e' cresciuto dell'1,5% rispetto all'anno precedente. Dal 2000 l'Italia sperimenta un tasso di crescita piu' modesto di quello medio dell'Unione europea. E' invece allineata alla media Ue la composizione della domanda aggregata (consumi e investimenti). In particolare nel 2006 i consumi in Italia risultano pari all'80,7% del Pil mentre gli investimenti ammontano al 21,1%. Nel contesto europeo, ad eccezione di Irlanda e Lussemburgo, tutti i paesi Ue presentano una quota di consumi superiore al 70% del Pil. Per l'Italia, sottolinea pertanto l'Istat, la percentuale di consumi sul Pil e' molto vicina alla media europea. POVERA PIU' DI UNA FAMIGLIA SU 10 IN ITALIA - In Italia nel 2006 gli individui poveri sono 7 milioni 537mila e corrispondono a quasi il 13% del complesso della popolazione. Si tratta, evidenzia l'Istituto di statistica di 2 milioni 623mila famiglie, l'11% del totale, con una spesa per consumi inferiore alla cosidetta soglia o linea di poverta'. Il panorama regionale mette in evidenza il forte svantaggio dell'Italia meridionale e insulare, con percentuali di individui che vivono in famiglie povere piu' che doppie rispetto alla media nazionale e incidenze piu' contenute solo in Abruzzo (13,2%). Sicilia e Calabria hanno consistenze simili di individui che vivono in famiglie povere, rispettivamente il 31,5% e il 31,4% del totale dei residenti in regione.
In aggiunta, la Sicilia al confronto con tutte le altre regioni
registra la piu' alta percentuale di individui poveri, circa 1,6
milioni, pari quasi al 21% dell'ammontare dei poveri in Italia. Tale
concentrazione interessa anche la Campania e la Puglia, dove si
rilevano percentuali rispettivamente del 18,5% e del 12%. In queste
due regioni, come del resto in Basilicata e in Molise, gli individui
poveri sono comunque oltre il 20% della popolazione residente. All'opposto, nelle ripartizioni settentrionali e al centro si registrano incidenze di poverta' degli individui di gran lunga piu' contenute. Il 6,2% di poveri tra i residenti del Centro-Nord, con valori tra il 60 e il 70% al di sotto della media in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Il dato piu' alto si osserva in valle d'Aosta, dove i poveri rappresentano quasi il 10% della popolazione residente in regione mentre al Centro Lazio e Umbria si attestano rispettivamente sull'8,4% e sull'8%. L'incidenza di poverta' con riferimento alle famiglie rispecchia la situazione riscontrata per gli individui, con percentuali piu' alte nelle isola (quasi il 26% di famiglie povere sul totale delle famiglie residenti) e nel Sud (quasi il 21%). Nel complesso la quata di famiglie povere residenti e' oltre quattro volte superiore a quella osservata nelle restanti ripartizioni. Nel Centro-Nord, dove risiede il 68% delle famiglie italiane, il 6% si trova al di sotto della linea di poverta', con una concentrazione di famiglie povere rispetto al totale nazionale pari al 35%.
NEL 2006 94 MILIONI DI ARRIVI - Su scala nazionale il flusso dei clienti registrato nel 2006 negli esercizi ricettivi e' stato pari a poco meno di 94 milioni di arrivi e 370 milioni di presenze, con un periodo medio di permanenza di quasi 4 notti. Si e' rafforzata la ripresa dell'attivita' turistica (arrivi + 5,3% e presenze +3,2% rispetto all'anno precedente) soprattutto per effetto della componente straniera. Lo sostiene l'Istat, nella pubblicazione ''100 statistiche per il Paese''. Dal confronto con i paesei dell'Unione Europea secondo la permanenza media dei clienti negli esercizi ricettivi per il 2006 l'Italia si colloca nelle prime posizioni, con Grecia e Bulgaria (circa 4 notti di permanenza media), preceduta da Malta, Cipro (oltre 6 notti)e Danimarca (4,7 notti).
La
Spagna e l'Austria seguono il nostro Paese, con un periodo
medio di notti spese negli esercizi ricettivi pari a 3,8 e a
3,7, mentre gli altri Paesi presentano valori che variano tra
2,5 e 3 notti di permanenza media
ITALIA E' 12% DELL'UE, AL QUARTO POSTO - L'Italia conta il 12% della popolazione europea. Si colloca cosi' al quarto posto dell'Ue (complessivamente 495 milioni di abitanti), dopo Germania, Francia e Regno Unito. A partire dal 2001 la popolazione ha ripreso a crescere per effetto di una ripresa delle nascite e dell'immigrazione. La pubblicazione conferma che l'Italia e' il paese piu' anziano d'Europa. Infatti (dati 2006), ci sono 142 anziani (piu' di 65 anni) ogni 100 giovani (meno di 15 anni). La Liguria si conferma la regione piu' anziana (239 anziani ogni 100 giovani), la piu' giovane la Campania (90). I l rapporto fra popolazione giovane e anziana e popolazione in eta' attiva ha superato nel 2006 la soglia critica del 50%, uno dei livelli piu' alti dell'Ue. L'indice di ricambio ha sfiorato quota 112%: ossia, le persone potenzialmente in uscita dal mercato del lavoro sono il 12% in piu' di quelle che invece sono potenzialmente in entrata. Questo squilibrio, per l'Istat, pone il nostro paese al primo posto in Europa e a molta distanza dalla media comunitaria. La vita media degli italiani e' ai primi posti: e' di quasi 84 anni per le donne e di 78,3 per gli uomini. Le donne italiane fatto 1,35 figli, al di sotto della media europea (1,52). E' comunque il livello piu' alto registrato negli ultimi 16 anni. L'Italia e' poi il paese dove si divorzia di meno, 8 divorzi ogni 10 mila abitanti. In dieci anni i divorzi sono pero' aumentati del 74%. E' anche confermato che l'incremento demografico italiano e' garantito da un saldo migratorio con l'estero positivo: oltre 222 mila unita' nel 2006 pari a 8,3 persone ogni mille abitanti. (Istat) |
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