| PRESTO CENSIMENTO DEI 60MILA SIEROPOSITIVI ITALIANI SOMMERSI |
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| 08/08/2008 | |
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08 ago. - Si dice che in Italia siano 120 mila, ma se ne
conoscono soltanto 60 mila: sono le persone sieropositive per il virus
dell’Aids. Un buon 50 per cento dei casi sfugge all’identificazione.
L’obiettivo, adesso, è quello di portare alla luce questa realtà sommersa che va individuata nell’interesse non soltanto di chi è portatore del virus (che può essere seguito e curato) ma anche degli altri (che possono essere protetti da un eventuale contagio).
IN GAZZETTA - Il provvedimento che autorizza la costruzione di un Registro per i sieropositivi nel nostro Paese sta per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ed è frutto del lavoro della Commissione Nazionale per la Lotta all’Aids. <Oggi più che mai è importante arrivare alla notifica dei casi di
sieropositività – ha commentato Giampiero Carosi infettivologo a
Brescia e membro della Commissione, a margine della conferenza mondiale
sull’Aids di Città del Messico – perché sempre più la realtà sta
sfuggendo di mano. In passato, quando i casi di sieropositività
inevitabilmente finivano per trasformarsi in Aids perché mancavano le
terapie, era facile calcolare il numero dei sieropositivi. Adesso, che
i farmaci permettono ai pazienti di sopravvivere a lungo, è difficile
risalire ai portatori del virus che non hanno ancora sviluppato la
malattia».
SISTEMA CRIPTATO - Per arrivare alla notifica dei casi di sieropositività gli esperti hanno dovuto vincere le resistenze delle associazioni dei pazienti e del Garante della privacy, ma grazie a un sistema criptato, messo a punto da Gianni Rezza dell’Istituto Superiore di Sanità, non soltanto si garantisce l’anonimato, ma si assicura anche la correttezza dei dati (impossibile infatti notificare, per motivi diversi, due volte la stessa persona). Una prima fase prevede che vengano registrati tutti i casi che attualmente sono seguiti dai Centri Aids italiani (i famosi 60.000 mila noti); nella seconda fase ci si preoccuperà di intercettare quel 50 per cento di sieropositivi attualmente non riconosciuti. Come? «Ci stiamo preparando» ha detto Carosi. STRATEGIE – Un’idea potrebbe essere quella di prendere in considerazione la popolazione con comportamenti a rischio (come carcerati, immigrati, tossicodipendenti, prostitute, pazienti che si rivolgono ai centri per le malattie sessualmente trasmesse) e offrire il test. Una seconda idea è quella di proporre il test alle persone che vengono a contatto con le strutture sanitarie. «Ci sono due forme diverse per coinvolgere le persone –precisa Carosi. – Una è la cosiddetta “option in”: il medico consiglia il test, ottiene il consenso informato e procede con l’esame. E’ un approccio che va verificato ed è comunque quello più diffuso in Europa. Il secondo invece si chiama “option out” ed è quello suggerito dai Cdc (Center of Diseases Control) di Atlanta: si informa il paziente dell’esistenza del test, se quest’ultimo non si oppone, il test viene fatto». LO SCREENING - Il problema, però, è quello dei costi. Offrire a tutti indiscriminatamente l’esame (per esempio all’ultraottantenne che viene ricoverato in ospedale) diventerebbe troppo dispendioso e inutile. Ecco perché è indispensabile individuare criteri clinici (per esempio la presenza di una febbricola o di qualche sintomo suggestivo di un’infezione da Hiv) o criteri comportamentali che possano guidare lo screening. Il gruppo di Carosi ha condotto uno studio nella Regione Lombardia in cui ha utilizzato un questionario, basato su 64 domande, con l’obiettivo di individuare i comportamenti più a rischio. Una volta identificati quelli più importanti, si riduce il questionario a una decina di domande che possono essere facilmente poste a un paziente nella pratica quotidiana. Il tema del censimento dei sieropositivi sarà dibattuto nel marzo prossimo in occasione dell’«Hiv Summit»: l’incontro si terrà a Roma sulla falsariga di un’analoga iniziativa che si è svolta a Bruxelles nell’ottobre scorso e che verrà replicata in diversi Paesi europei. (corriere.it). |
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