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Clandestinoweb
Ultimo aggiornamento: 07.07.2008 ore 04:25
TAIWAN: DOMANI AL VOTO PER LE PRESIDENZIALI E PER 2 REFERENDUM Stampa E-mail
21/03/2008
21 mar. - Da una parte, Ma Ying-jeou, candidato dei nazionalisti del Kuomintang (Kmt), dall'altra Frank Hsieh, proposto dal Partito democratico progressista (Pdp) del presidente uscente Chen Shui-bian, noto per i suoi piani indipendentisti che tanto irritano Pechino: questo lo sfondo delle elezioni presidenziali di domani a Taiwan, le quarte nella storia dell'isola, dopo le legislative dello scorso gennaio, che hanno decretato la vittoria del Kmt e rappresentato una pesante sconfitta per il Pdp.
ma ying-jeou_280x200.jpgQuest'ultimo, infatti ha ottenuto appena 27 seggi allo Yuan Legislativo, su un totale di 113, contro gli 81 conquistati dal Kmt.
Gli ultimi sondaggi sul voto, che coincidera' con lo svolgimento di due referendum sul ritorno di Taiwan alle Nazioni Unite, danno Ma in netto vantaggio su Hsieh, che dal canto suo contesta i rilevamenti e parla di un distacco di pochi punti percentuali.
La recente crisi del Tibet, però, potrebbe agevolare Hsieh e più in generale il fronte 'anti-cinese'. Tuttavia, anche se domani dovesse trionfare il candidato del Pdp, quest'ultimo si troverebbe a dover fare i conti con un'assemblea 'ostile'.
Pechino osserva con attenzione quanto avviene sull'isola, che considera una provincia ribelle da riunificare alla madrepatria e contro la quale tiene puntato un migliaio di missili.
La campagna elettorale è stata molto animata, con tanto di dibattiti televisivi.
Nei comizi e nelle interviste prima del voto, l'ex sindaco di Taipei Ma ha parlato soprattutto di pace, di relazioni costruttive e di rapporti commerciali con la Cina, oltre che di crescita economica dell'isola e diminuzione della disoccupazione.
Ha promesso, in caso di vittoria, di istituire collegamenti aerei e navali diretti con la Cina e di siglare un patto di pace con Pechino, che Chen ha già definito "irrealistico". "No all'unificazione, no all'indipendenza, no all'uso della forza": questo l'attuale slogan dei nazionalisti per quanto concerne le relazioni con Pechino, partendo dal presupposto che abbiano fallito sia la politica del Pdp di promuovere l'indipendenza che quella della Cina di minacciare l'uso della forza, come ipotizzato nella legge anti-secessione del 2005.
Incuranti del disappunto di alcuni Paesi della comunità internazionale e delle ire di Pechino, le autorita' di Taiwan hanno convocato per domani, in concomitanza con le presidenziali, anche lo svolgimento di due referendum per chiedere il ritorno alle Nazioni Unite dell'isola, che nel 1971 lasciò il suo seggio alla Cina.
Sul voto pesa il diritto di veto di cui dispone Pechino in qualità di membro del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, già molto irritata per la sola convocazione della consultazione popolare.
Un referendum, promosso dal Partito democratico progressista (Pdp) e considerato provocatorio dagli Stati Uniti, invita gli elettori di Taiwan a pronunciarsi sull'eventualità che il governo dell'isola chieda di entrare alle Nazioni Unite con il nome di 'Taiwan'.
L'altro, sostenuto dal Kuomintang (Kmt), esorta gli elettori a decidere se il governo di Taipei debba chiedere il ritorno dell'isola all'Onu e l'ingresso in altre organizzazioni internazionali con il nome 'Repubblica di Cina' (il nome ufficiale dell'isola che Pechino considera una provincia ribelle) o con un'altra denominazione adeguata, che non sia 'Taiwan'.
Pechino considera la convocazione del referendum come un tentativo di alterare lo status quo nello Stretto. "Nessuno potrà mai riuscire nel tentativo di separare Taiwan dalla Cina e tentativi di questo genere sono destinati a fallire", ha ribadito tre giorni fa il premier cinese Wen Jiabao, ricondando all'isola che, a condizione del rispetto del 'principio di un'unica Cina', Pechino spera di riavviare colloqui di pace con la sua provincia.
Parole a cui Taiwan ha risposto, affermando ancora una volta che "la Repubblica di Cina è un Paese democratico, libero e indipendente, la cui sovranità appartiene ai 23 milioni di taiwanesi, che hanno il diritto di decidere del futuro di Taiwan".
Oltre, agli Stati Uniti, hanno espresso il proprio disappunto per la consultazione popolare anche molti altri Paesi, come Russia, Giappone, Gran Bretagna e Pakistan, oltre all'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, in cui Pechino ha un ruolo centrale. Il ritorno all'Onu non è una priorità, secondo recenti sondaggi, per la maggior parte degli elettori di Taiwan, che comunque possono cogliere l'occasione per inviare un messaggio alla comunità internazionale, ribadendo l'evoluzione in senso democratico dell'isola e il fatto che la sua sovranità è nelle mani del voto popolare.
Dai primi anni Novanta, Taipei tenta di rinconquistare un posto alle Nazioni Unite.
Per il presidente uscente dell'isola ed esponente del Pdp Chen Shui-bian, il referendum è un modo per "consolidare la democrazia di Taiwan" e un fallimento della consultazione sarebbe un "messaggio sbagliato al mondo".
Dietro al voto, infatti, vi sono questioni molto sensibili come la sovranità e l'identità di Taiwan, anche perché qualunque sia l'esito della consultazione Pechino blocchera' il ritorno dell'isola al Palazzo di Vetro. Intanto, il Kmt ha invitato i suoi sostenitori a boicottare il referendum sostenuto dal Pdp, bollato come un tentativo di Chen di attirare consensi sventolando la bandiera dell'indipendenza. Secondo i nazionalisti, il referendum proposto dal partito del presidente non farà altro che peggiorare la situazione nello Stretto e isolare Taiwan.
Al di là di ogni politica, in ogni caso, affinché vi possa essere un seguito alla convocazione popolare è necessario che la maggioranza semplice degli elettori si pronunci a favore dell'uno o dell'altro referendum. (AKI)

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