| VENEZUELA: sconfitta cocente per Chavez: 51% ha detto NO |
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| 02/12/2007 | |
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3 dic. - Lo scrutinio non è ancora finito, ma
Hugo Chavez ha già capito che non c'è più nulla da fare. Il
risultato del referendum sulla riforma costituzionale lui lo ha
già archiviato come una sconfitta. Cocente, anche se il
presidente venezuelano ha provato a dissimulare.
Con l'88% dei
voti scrutinati e un'affluenza ai seggi pari al 56% degli aventi
diritto, le urne hanno emesso il loro verdetto: il 51% dei
cittadini venezuelani ha votato 'no'.
E' stata una sconfitta "al
fotofinish", ha detto Chavez, che ha preferito spostare il tiro
sul 49% dei si un vero "salto politico verso la rivoluzione".
Resta la sconfitta.
E se i sondaggisti mobilitati dal presidente
avevano individuato un trend favorevole al capo dello Stato, le
speranze di Chavez si sono spente all'annuncio del capo della
commissione elettorale, Tibisay Lucena: con l'88% dei voti
scrutinati "la tendenza al no è irreversibile".
Lo è diventata
presto anche per Chavez, che ha subito rivolto un discorso ai
connazionali. "Ora i venezuelani e le venezuelane hanno fiducia
nelle istituzioni", ha detto ringraziando tutti coloro che hanno
votato a favore della riforma nonostante "il bombardamento
mediatico" contro la sua persona. "Non sentitevi tristi n‚ in
pena", ha aggiunto il presidente, che non ha dimenticato di
congratularsi con i suoi oppositori per la vittoria.
Di certo c'è che la vittoria del 'no' è una sconfitta tutta di
Chavez, una sentenza che rischia di provocare un terremoto
politico in Venezuela. Chavez, infatti, aveva fatto incetta di
voti nel 1999: il suo progetto di riforma, che riguardava
direttamente 69 articoli della nuova Carta costituzionale, mirava
a instaurare uno Stato socialista, gli avrebbe permesso di
presentarsi senza alcun limite per nuovi mandati presidenziali e
gli avrebbe consentito di censurare la stampa in caso di crisi.
Nulla di tutto questo, dunque, per un presidente che esce
indebolito dal voto e con un futuro che gli ha già palesato la
sua peggiore crisi diplomatica da quando ha assunto i poteri di
capo dello Stato.
Chavez ha rotto con la Spagna, con la quale in passato aveva
intrattenuto rapporti fruttuosi.
Dopo le polemiche seguite ai
suoi giudizi sull'ex primo ministro di Madrid, Jos‚ Maria Aznar,
il presidente ha addirittura minacciato di nazionalizzare le
imprese spagnole in territorio venezuelano.
Sul piano regionale,
la settimana di Chavez è poi iniziata con il "congelamento" dei
rapporti con la vicina Colombia, dopo che il presidente
colombiano Alvaro Uribe lo ha estromesso dai negoziati con i
paramilitari delle Farc per la liberazione di alcuni ostaggi, tra
cui Ingrid Betancourt.
Infine, direttamente collegata alla crisi
con la Colombia c'è quella con gli Stati Uniti, storici alleati
di Uribe, accusati da Chavez di avere tramato contro la vittoria
del si e minacciati con l'arma del petrolio.
Un triplice fronte, quello spagnolo-colombiano-americano,
'combattuto' da una posizione di forza: l'indiscutibile consenso
popolare del 1999 gli aveva dato determinazione e coraggio di
insistere.
Fino al voto di oggi, che potrebbe cambiare la
situazione. Chavez, certo, non si scompone, resta sereno e, in
attesa di smaltire la sconfitta, lancia il suo nuovo guanto di
sfida: "Avete vinto", dice ai suoi avversari. "Tornate a casa e
pensate a come gestire la vittoria. Non vorrei che fosse come
quella di Pirro". (apcom)
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