| VENTI DI SECESSIONE SUL VOTO DEL 22 MARZO A TAIWAN |
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| 18/03/2008 | |
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18 Mar. - A pochi giorni dalle elezioni del 22 di marzo, il Partito Nazionalista (Kmt) che detiene la maggioranza in parlamento e il Partito Progressista Democratico (Dpp) rappresentato dal presidente in carica Chen Shui-bian continuano a scontrarsi sul referendum che chiede la riammissione dell’isola di Taiwan alle Nazioni Unite.
Il secondo, sostenuto dai nazionalisti, chiede invece se sia preferibile presentare la domanda di ammissione alle Nazioni Unite come Repubblica di Cina o con un altro nome. Differenza sottile, ma fondamentale, che sottolinea il diverso orientamento dei due potenziali futuri presidenti. Tuttavia, secondo gli esperti, il risultato di entrambi i referendum avrà comunque solo un valore simbolico, dato che le Nazioni Unite hanno già confermato la propria riluttanza ad ammettere Taiwan (che di fatto è uno Stato indipendente, ma formalmente è considerato dalla Cina e dall’Onu come parte del suo territorio) come membro indipendente. I candidati che si contendono la presidenza sono due: Ma Ying-jeou per il Kmt e Frank Hsieh per il Dpp. In campagna elettorale, entrambi hanno cercato di fare leva su tre argomenti: identità e sicurezza nazionale e crescita economica. Se il Kmt continua ad essere a favore di un approccio accomodante nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, con la quale, a suo avviso, sarebbe opportuno aumentare l’intensità della cooperazione in campo economico, turistico e persino politico, il Dpp non è disposto a fare concessioni in nome dell’indipendenza di Taiwan. Quando Chen Shui-bien venne eletto presidente, nel 2000, sembrava che la maggioranza dei taiwanesi fosse pronta a rivendicare la propria indipendenza rispetto alla Cina, anche in maniera forte. Oggi, però gli umori sono cambiati. Nelle elezioni legislative dello scorso gennaio il Dpp ha perso la maggioranza, e anche oggi i sondaggi sembrano essere più favorevoli al candidato del Kmt. Ragionando in termini realistici, è evidente che se la nuova presidenza assumesse una posizione più rigida sui temi dell’indipendenza dalla Repubblica Popolare otterrebbe come unico risultato l’ulteriore emarginazione di Taiwan nella comunità internazionale. Ma la campagna elettorale non è finita, e Chen Shui-bien ha ancora tempo per trovare un modo per infiammare gli animi patriottici di 23 milioni di taiwanesi che sono scesi in piazza a migliaia per protestare contro la legge anti-secessione promulgata da Pechino nel 2005 in base alla quale viene di fatto autorizzata l’invasione militare dell’Isola nel caso che questa proclami la propria indipendenza. (Panorama.it) |
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