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La giornalista
americana Pamela Druckerman ha lasciato la sua scrivania al «Wall
Street Journal» e ha dedicato tre anni di vita a studiare usi, costumi
e balle stratosferiche dei fedifraghi di tutto il mondo.
La temeraria cacciatrice di adulteri ha registrato migliaia
d’interviste, ha scartabellato negli archivi, s’è infiltrata nei
salotti.
Ha fatto le sue belle comparazioni planetarie su quanto, come e soprattutto con che stato d’animo la gente si tradisce, e ha da poco pubblicato «the definitive guide on it», insomma il Castiglioni e Mariotti dell’adulterio. Il libro, già uscito in America e in corso di pubblicazione in Inghilterra, s’intitola «Lust in Translation», gioco di parole che fa il verso al film di Sofia Coppola «Lost in Translation» (sottotitolo: Le regole dell’infedeltà da Tokyo al Tennessee) e vuole essere una ricognizione serissima, con tanto di percentuali come vuole la nobile tradizione del giornalismo anglosassone.
Le signore che tengono a non essere tradite dovrebbero innanzitutto evitare l’errore d’innamorarsi d’un uomo del Togo. Essi - i maschi di quel Paese e in generale gli africani - sono veri cornificatori seriali, non fai in tempo a girarti che t’hanno già fregata, e questo perché pare esista una relazione tra l’incidenza di adulteri in una società e il reddito dei suoi abitanti.
Le corna dei poveri più sono poveri, più ti mettono le corna (piove sempre sul bagnato, in effetti): l’allerta scatta sotto la soglia di 10 mila dollari annui e i mariti del Togo, con i loro 1.600, guidano la classifica mondiale degli infedeli: laggiù il 37% dei mariti tradisce la propria moglie, contro il 18,3% dei cinesi, il 15% dei messicani, il 9,3% degli inglesi che non sono sposati con Cherie Blair («se la tradissi, Cherie mi staccherebbe le palle», si sarebbe lasciato scappare l’ex premier conversando con un collaboratore), il 4% dei francesi, il 3,5% degli italiani (Pamela? E tu ci hai creduto???), il 3% degli svizzeri e il 2,5% degli australiani, i più fedeli, amanti che dove s’attaccano muoiono.
Ma non è certo per sfornare l’ennesima, improbabile statistica, che Druckerman ha lavorato tre anni tra Parigi e il Kazakistan, tra Tokio e il Tennessee, sondando le ragioni d’ogni genere di traditore, dall’uomo di una sola notte a quello seriale, dal bugiardo professionale a quello con tendenza a farsi sorprendere in flagrante. Scopo della ricerca è piuttosto dimostrare che non tutte le società attribuiscono al tradimento lo stesso significato, tanto che nel suo giro del mondo la giornalista economica americana s’è persino scontrata con popolazioni che non rispondevano alle sue domande di ordine morale, semplicemente perché non le capivano.
(estratto da La Stampa)
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