Fra pochi giorni, il 12 settembre, la Turchia andrà alle urne per il referendum sulla riforma della Costituzione e in un clima politico incandescente. La consultazione si è pian piano trasformata in un vero e proprio voto di fiducia sul governo di Recep Tayyip Erdogan, che sulla riforma punta tutto, in vista delle elezioni politiche del prossimo anno, e rischia di dover affrontare un voto anticipato nel caso di vittoria del no.
Il referendum va parzialmente a modificare la costituzione del 1982, figlia del golpe militare del 1980 e di cui, con una drammatica coincidenza, il 12 settembre cade il trentesimo anniversario.
Per la maggioranza islamico-moderata il voto è un'occasione imperdibile per uniformarsi alle normative europee. Posizione condivisa da Bruxelles, che oggi ha ribadito il suo sostegno alla riforma. Per l'opposizione invece è un metodo per liberarsi della magistratura e dei militari (da sempre scettici nei confronti dell'esecutivo al potere), limitandone le sfere di influenza.
I sondaggi sono quanto mai incerti. Se fonti vicine al partito di maggioranza Akp danno il sì vincente con il oltre il 60%, altri media come Hurriyet e Milliyet danno una vittoria sul filo del rasoio se non addirittura un pareggio.
Per essere approvato il referendum ha bisogno di passare con il 50% più uno dei votanti. Visti i quesiti in gioco, soprattutto quelli riguardanti militari e magistratura, si prevede un'affluenza molto alta.
Per il premier Erdogan, una vittoria con uno scarto minimo del 2-3% non sarebbe comunque da considerarsi un risultato positivo.

La campagna refendaria va avanti da un mese senza esclusione di colpi, in pieno Ramadan e in un'estate che ha visto il caldo toccare livelli mai visti prima. Non passa giorno senza attacchi personali fra gli esponenti dei principali partiti, soprattutto fra il premier Erdogan e il nuovo leader dell'opposizione, Kemal Kilicdaroglu, che ha accusato il primo ministro persino di lavorare a un accordo segreto con il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, pur di assicurarsi i voti dei curdi al referendum.
Kilicdaroglu ha attaccato anche l'Unione Europea per il suo sostegno alla riforma. Il premier fino a questo momento ha incassato appoggi che hanno avuto una notevole risonanza. Il premio Nobel Orhan Pamuk, pur prendendo le distanze dall'Akp, ha fatto sapere che voterà sì. Con lui quasi tutte le sigle sindacali e alcune federazioni minori di imprenditori. Un'astensione assordante, oltre a quella di alcuni intellettuali di punta, è quella di Confindustria turca.
La sua presidente, Umit Boyner, ha fatto sapere che i membri della Tusiad voteranno secondo coscienza, senza però fare dichiarazioni a riguardo. Una mossa che Erdogan non ha mandato giù, minacciando la Tusiad sulle conseguenze dell'astensione, parole puntualmente ritrattate il giorno dopo. Intanto il 12 settembre si vota. L'Akp ha detto che in caso di vittoria schiacciante è pronta a riscrivere la costituzione ex novo e che comunque andrà avanti nel progetto riformatore anche in caso di una maggioranza risicata. Che per molti equivale voler spaccare il Paese.
Ma ad attendere il risultato c'è anche il mondo economico e finanziario. Unicredit ha sottolineato che una vittoria consistente darebbe un preciso segnale non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello economico, dopo la brillante uscita dalla crisi del paese. E secondo gli analisti turchi i mercati potrebbero essere penalizzati dalla vittoria del no perchè questa avvicinerebbe la prospettiva delle elezioni anticipate, con il loro carico di incertezza.