Dopo le “parole di troppo” di qualche ministro su posto fisso vicino casa e quelle del premier Mario Monti sulla “noia” dell’anti-precarietà, Renato Mannheimer, direttore dell’Istituto di ricerche Ispo, si è chiesto nel suo Osservatorio settimanale come i giovani si rapportino alla ricerca dell’occupazione.
Mannheimer rende noti i dati di una “recente ricerca scientifica, condotta tra i giovani fra i 18 e i 34 anni, ci aiutano a comprendere, al di là delle affermazioni e ipotesi che si sono succedute in questi giorni, come stanno realmente le cose”.
Un posto di lavoro sicuro rappresenta per i giovani italiani una grande attrattiva. Uno su tre sceglie il cd “posto fisso”, poco conta la stipendio e gli altri dettagli. Circa il 4%, invece, punta a fare carriera ed accrescere le proprie capacità.
A sognare il posto fisso non sono solo i giovani ma anche le persone più mature. Inoltre lo fa di più chi ha dalla sua titoli di studi più bassi e chi è disoccupato. Alla domanda se si preferisca un posto “sicuro anche se meno redditizio” o viceversa “meno sicuro con più prospettive di reddito” l’84% ha scelto la sicurezza. Ad accettare di più un’eventuale flessibilità sono i giovani del Nord mentre al Sud la paura di perdere il lavoro è maggiore.
Per conquistare il posto fisso, la netta maggioranza dei giovani italiani è disposta ad affrontare molti sacrifici, compreso quello di trasferirsi lontano da casa propria. In particolare, oltre il 70% – e ancor più tra i residenti nel meridione e nel Nord-Est – si dichiara pronto ad accettare un lavoro anche lontano dalla propria regione di residenza (ma il 30%, quasi uno su tre, non risulta disposto a una soluzione simile). Invece solo poco più di metà (56%) dei giovani italiani dice sì all’idea di un posto di lavoro, anche se fisso, in un altro Paese europeo: l’apertura appare molto maggiore tra i giovanissimi fino a 24 anni, mentre si attenua, forse a causa di famiglie già formate, tra chi ha tra i 25 e i 34 anni. È curioso notare che la disponibilità a trasferirsi appare relativamente più elevata tra chi possiede un diploma di scuola media superiore. I laureati, invece, forti del loro titolo di studio, appaiono paradossalmente più restii a spostarsi.
Questa è, dunque, la cultura del lavoro prevalente nelle nuove (ma anche nelle vecchie) generazioni del nostro Paese. Se è vero, come molti autorevoli studiosi e osservatori hanno sottolineato in queste settimane, che la prospettiva del posto fisso a vita è ormai sulla via del tramonto, travolta in particolare dai processi di globalizzazione e dalla sfavorevole congiuntura economica, è vero anche che questo mutamento pare accolto con grande sfavore e ostilità dagli italiani (e non solo da questi ultimi).















