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29 Apr. - Quando sulla «sua» città è calato il buio e l’orda di
giornalisti ha lasciato la sede del suo comitato elettorale, Francesco Rutelli
esce da una stanza con il nodo della cravatta un po’ storto e il volto
affaticato.
Si avvia verso l’uscita posteriore dove stazionano le auto blindate
e si ferma un attimo a parlare con un amico che ha battuto i quartieri palmo a
palmo in questi giorni. «Francè tutti questi voti a Zingaretti mi ricordano il
teorema sul voto disgiunto di Andreotti che ha votato per te al Comune e
Antoniozzi alla Provincia». «Eh sì, però Andreotti lo ha dichiarato...».
Rutelli passa oltre e non dice altro, d’altronde poco prima davanti alle
telecamere aveva già detto abbastanza: «Analizzeremo i voti e cercheremo di
comprendere chi sono i 100 mila elettori del centrosinistra che si sono
astenuti al ballottaggio e tutti quelli che hanno votato Zingaretti e Alemanno.
Tutto questo andrà analizzato».
Ma a decrittare le sue parole ci pensano i suoi
uomini: abbiamo perso per un concorso di fattori, ma qualcosa non torna, non si
capisce come mai in molti municipi «rossi» ci sia stato un voto disgiunto così
massiccio. E citano gli esempi: alla Garbatella, Zingaretti che prende 100 voti
e Rutelli 3, al Prenestino idem e così via, solo a Tormarancia non è successo.
Insomma nel giorno più nero che fotografa la sconfitta di un leader fino ad
oggi molto potente nella capitale, un leader che si sfoga con i suoi dicendo
«mi hanno lasciato solo», si affaccia un fantasma nelle riflessioni di molti
rutelliani dentro il labirintico comitato elettorale al quartiere Ostiense:
l’ombra del complotto, del «trappolone», di una faida interna agli ex Ds mirata
ad affondare Rutelli per far fuori politicamente Veltroni e Bettini.
Un
fantasma che ha preso corpo man mano che arrivavano le telefonate dai seggi,
con Zingaretti che ovunque prendeva più consensi.
Ma a finire sul banco degli
imputati non sono gli elettori della sinistra, che potevano essere tentati di
far pagare a Veltroni la scelta di andare da solo e a Rutelli le sue posizioni
troppo centriste. Di fronte a tutti Francesco abbraccia perfino la rifondarola
Patrizia (Sentinelli), come a dirle voi non c’entrate niente. Anzi, la Sentinelli se la deve
vedere pure con Goffredo Bettini che arriva al comitato già parecchio nervoso e
trafelato e a un certo punto la aggredisce sul voto disgiunto, ricordandole che
era proprio quello che aveva teorizzato il «komunista» Marco Rizzo. «Ma cosa
dici? Noi non abbiamo il fegato di votare Alemanno».
Veleni, sospetti,
recriminazioni, ce n’è per tutti nel giorno della batosta, frasi a mezza bocca,
insinuazioni, in un clima da guerra civile dentro il Pd romano. Con Bettini,
quello che si era speso più di tutti per convincerlo a scendere in campo, il
saluto dietro le quinte dopo la conferenza stampa è freddino: «Ci parliamo
stasera». Stretta di mano e Bettini si chiude in una stanza per stendere una
dichiarazione che tra le righe fa capire che Rutelli ha pagato anche per le sue
posizioni politiche di leader di partito.
A dar manforte a Rutelli nel momento del bisogno, ci sono
tutti i fedelissimi (Gentiloni, Giachetti, il portavoce Anzaldi, Lanzillotta,
Zanda, Lusetti, Realacci, i teodem Bobba e Binetti, il tesoriere Lusi, molti ex
assessori della sua giunta) e molti girano per i corridoi con le lacrime agli
occhi. Ma non si vede un big dei Ds, né degli ex Ppi che fanno capo a Marini,
Fioroni, Franceschini. «Basta vedere chi c’è e chi non c’è», fa notare uno
dello staff, per capire che aria tira.
Rutelli non lo dice in chiaro, ma in
questi giorni con diversi interlocutori non ha nascosto che a pesare sulla sua
campagna elettorale è stato l’aver ereditato lo scontento dei romani per quella
che i suoi uomini definiscono «una città devastata dai problemi», rifiuti,
sporcizia, caos dei parcheggi, traffico. Non ha potuto segnare quella
«discontinuità netta» di cui c’era bisogno con la giunta Veltroni, perché -
dicono i rutelliani - «come si fa ad attaccare il leader del tuo partito?». E
poi il fattore più determinante, la sicurezza, il tasto su cui ha battuto per
giorni Alemanno «strumentalizzando questo tema», sul quale Rutelli però fa una
chiamata di correo: «Occorre riflettere molto seriamente sui limiti del
centrosinistra in materia di sicurezza».
Cosa succederà da domani? In mezzo a
queste macerie, partirà la resa dei conti e si vedrà se a Rutelli verrà ancora
offerta la carica di capogruppo al Senato o di vicepresidente di Palazzo
Madama: «Vediamo prima chi resterà in piedi e poi si deciderà con chi fare
squadra», sospirano i suoi. (La Stampa)
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