| 22 punti di distacco da Hilary |
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| 10/08/2007 | |
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E' il volto nuovo della politica americana, il più amato dai
giovani, quello che attira le folle più grandi - Nonostante il carisma senza pari e una campagna presidenziale
partita lanciata, la stella di Barack Obama sta dando segni di aver iniziato
una fase cadente.
Nella corsa alla nomination tra i Democratici, gli ultimi sondaggi assegnano al senatore dell'Illinois una percentuale di consensi appena oltre la metà di quella per Hillary Clinton. Negli ultimi confronti televisivi tra i candidati alla Casa Bianca, le indubbie qualità di oratore di Obama non sono bastate a evitargli alcune gaffe sulla sua idea di politica estera. Che i rivali e i media hanno colto al balzo per attaccargli definitivamente addosso un'etichetta tutt'altro che vincente: quello del neofita senza esperienza, quindi inadatto a guidare il Paese più potente del mondo. Fumo o arrosto? La caratterizzazione negativa di questo figlio di padre kenyano e madre del Kansas non è nuova. Da mesi i commentatori politici negli Usa hanno cominciato a fare le pulci al personaggio. Scavano nelle sue promesse, nei suoi slogan, e vi trovano poco. Si può scrivere un manifesto best-seller come "L'audacia della speranza", parlare di "nuovo sogno americano", essere contro la guerra in Iraq e a favore della copertura sanitaria per tutti. Ma dare ricette concrete per affrontare i problemi è un'altra cosa, e Obama tende a rimanere sul vago quando si tratta di farlo. Alcuni mesi fa, a precisa domanda sulla sua ricetta economica su un particolare tema, rispose che lui e i suoi consulenti non avevano ancora studiato la questione. Così, spesso nelle analisi su di lui è ricorsa la domanda tipica: "Where is the beef?". In pratica: oltre il fumo, dov'è l'arrosto? Il fenomeno. Fumo o arrosto che sia, il fenomeno Obama - "il ragazzino ossuto con il nome strano", come si descrisse lui stesso nel discorso tenuto alla convention dei Democratici nell'agosto del 2004 - ne ha fatta di strada. Quell'arringa, tenuta per lanciare la candidatura di John Kerry, lo lanciò sul palcoscenico politico nazionale. Prima, Obama era uno sconosciuto senatore del Congresso dell'Illinois. L'iniezione di entusiasmo portata dalle sue parole non bastò a portare Kerry alla Casa Bianca, ma lanciò Obama verso il Senato di Washington a soli 43 anni. E lo fece diventare un fenomeno mediatico prima, di massa poi. Se le elezioni si tenessero tra il popolo di Internet, Obama vincerebbe a mani basse - anche la figlia del repubblicano Rudolph Giuliani era iscritta a un sito pro-Barack, prima che la scoprissero. I suoi comizi attirano i fan più entusiasti, economicamente la sua campagna è uno schiacciasassi. Tra marzo e giugno ha raccolto 33 milioni di dollari, più di tutti; soprattutto, è imbattibile nel numero di donazioni di piccolo taglio, a confermare un forte sostegno popolare. Le prime difficoltà. La nomination democratica è sempre stata considerata un testa a testa tra Barack e Hillary, con lui leggermente indietro. Poi sono venuti i primi confronti tra candidati, e con essi le prime sbandate. A luglio, in un dibattito sperimentale con domande-video di utenti del sito YouTube, qualcuno ha chiesto a Obama se fosse disposto a incontrare dittatori ostili agli Stati Uniti nel suo primo anno da presidente. Risposta: "Lo farei. L'idea che non parlare a un Paese significa punirlo, uno dei principi diplomatici di questa amministrazione, è ridicola". Subito dopo, l'ex first lady lo ha trattato come un bambinetto spiegando che incontri del genere potrebbero venire sfruttati a scopo di propaganda dai nemici degli Usa, e che sarebbe più saggio mandare in avanscoperta alcuni diplomatici. Obama ha accusato il colpo, e qualche giorno dopo ha cercato di dare di sé un'immagine più decisa. Ma anche troppo: è arrivato ad auspicare l'invio di truppe nel Pakistan per combattere i militanti pro-talebani, se il presidente Musharraf non facesse abbastanza. Non esattamente quel che un'America stanca della guerra in Iraq vuole sentirsi dire. Come risultato, se prima i sondaggi davano 12 punti di vantaggio alla Clinton, dopo queste uscite il divario è salito a 22. Futuro vicepresidente? Obama non è un pacifista: propone di ingrossare esercito e Marines di 90.000 unità, sostiene che "nessun presidente dovrebbe esitare a usare la forza", anche unilateralmente, se gli Usa o gli interessi vitali del Paese fossero in pericolo. Ma il suo no alla guerra in Iraq - anche nel 2003, al contrario di Hillary che votò per l'invasione - è uno dei suoi punti forti. Come la sua conclamata sincerità: l'ammissione di aver provato la cocaina in gioventù, arrivata saggiamente subito dopo la sua discesa in campo per spiazzare gli avversari, non gli è costata in termini di popolarità. Ha superato la diffidenza degli afro-americani, che inizialmente non lo consideravano uno di loro perché è sì mezzo nero, ma senza antenati schiavi, e non ha partecipato al movimento per i diritti civili. Nonostante i numeri lo mostrino in difficoltà, molti sondaggi riguardanti le primarie in stati piccoli lo danno ancora in corsa, merito del suo capillare tour elettorale. Ma rimane il numero due. Qualcuno comincia a ipotizzarlo come un perfetto vicepresidente per la superfavorita Hillary. Tra i due, mormorano i corrispondenti politici statunitensi, non corre buon sangue. Ma per riportare i democratici alla Casa Bianca, lasciare il fascino di Obama fuori dai giochi potrebbe essere un rischio troppo alto. (Fonte peacereporte.net) |
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