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Ultimo aggiornamento: 23.11.2008 ore 11:33
Povertà per l'11% delle famiglie italiane Stampa E-mail
25/06/2007
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Italia: povertà per l'11% delle famiglie

 
Donna, con meno di 35 anni, un lavoro precario e un basso livello di istruzione. Questo l'identikit dell'italiano povero, secondo il XVI rapporto Spi-Cer Roma - Oltre l'11% delle famiglie italiane è povero.

 

Questa la fotografia della situazione sociale e reddituale del nostro Paese scattata dal XVI rapporto Spi-Cer, nato dalla collaborazione tra il centro Europa ricerche e il sindacato dei pensionati della Cgil.

L'identikit del povero L'identikit del povero italiano ha il volto di una donna, di età inferiore ai 35 anni, disoccupata o al massimo con un contratto di lavoro parasubordinato. Nel 13% dei casi, il volto è quello di un pensionato. Nel rapporto, infatti, si legge che le persone più povere sono donne (23%, contro il 16% degli uomini) e gli individui molto giovani, al di sotto dei 35 anni (23%), seguite dalla fascia di età 35-44 anni (20%), 45-54 anni (18%) e dagli anziani, al di sopra dei 65 anni (18%). Nella maggior parte dei casi, i poveri hanno un livello di istruzione bassa (23%); solo nel 7% dei casi è alto.

L'impiego Per quanto riguarda l'occupazione svolta, nel 68% dei casi si tratta di disoccupati, nel 14% di occupati e nel 13% di pensionati. All’interno della tipologia contrattuale, sono soprattutto i parasubordinati (21%) a registrare una povertà reddituale, nel 18% dei casi sono i lavoratori autonomi e nel 14% dei casi i dipendenti. Nella geografia della povertà made in Italy, è il Sud a stare peggio: qui più del 25% delle famiglie sono povere. "Una povertà diffusa - evidenzia il rapporto - e tale non solo in termini relativi (rispetto cioè agli standard delle famiglie più ricche, o di altri Paesi o di un livello complessivo di benessere) ma anche in termini assoluti". Infine, il 22% dei poveri è anche un malato cronico o un infermo.

Il reddito Il reddito familiare medio equivalente delle famiglie posizionate in fondo alla scala distributiva è inferiore a 5mila euro annui, "un valore non superiore a una vera e propria soglia di sussistenza". Tanto che le famiglie italiane povere sarebbero tali anche se vivessero in Paesi caratterizzati da valori di reddito procapite inferiori ai nostri, come Portogallo, Spagna e Grecia. Si tratta di famiglie talmente povere da non poter disporre neanche di alcune facoltà essenziali e apparentemente alla portata di tutti o quasi, come - viene evidenziato - la possibilità di riscaldare la casa in modo adeguato, di pagare le bollette, di godersi almeno una vacanza all’anno, di cambiare i mobili fatiscenti, di acquistare non solo vestiti nuovi ma anche di mangiare carne o pesce, di uscire con gli amici.

Confronto con l'estero Aspetti che penalizzano ancora una volta l’Italia nel confronto internazionale, con un indicatore della cosiddetta "privazione di base" superiore alla media europea. La ricerca sottolinea anche che l'Italia si distingue per una maggiore sperequazione nella distribuzione del reddito - superata in questo solo dal Portogallo - mentre è in linea con la Grecia e la Repubblica Slovacca, ma molto distante dall’esempio virtuoso della Svezia e degli altri Paesi dell’Europa continentale.

Le strategie Secondo il rapporto, si potrebbero adottare alcune strategie per ridurre il tasso di povertà del nostro Paese: "Il successo di due strategie di politica sociale diametralmente opposte. Uguali risultati in termini di bassa disoccupazione, di inclusione di giovani e donne, di elevata produttività, di estensione dell’economia della conoscenza sono stati raggiunti dai paesi scandinavi, così come dalle due economie anglosassoni dell’Europa (Regno Unito e Irlanda)". Diverse le strade intraprese dai due stati: uno ha privilegiato un sistema di welfare diffuso e finanziato con elevati livelli di tassazione; l'altro ha rafforzato i meccanismi di crescita economica, al costo di un severo ridimensionamento del welfare pubblico. "Su queste due opzioni e sul modo di adattarne pregi e virtù alla realtà italiana - conclude il rapporto - dovranno confrontarsi le posizioni di politica economica e sociale di cui sono portatori i due schieramenti del bipolarismo italiano".

ilGiornale.it - 25 Giugno 2007

 

 

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