| RAPPORTO CENSIS_ELEZIONI_2008 |
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| 30/04/2008 | |
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VOGLIA DI GOVERNO, ANSIA DI SVILUPPO Alta partecipazione, ma meno convinta del recente passato sulle conseguenze reali del voto, spostamenti importanti di consenso soprattutto tra i partiti di una stessa coalizione e declino del richiamo di ideali e valori come ragione del voto, ritorno del leader come mobilitatore di consenso e voglia di porre termine alla litigiosità tra i partiti conferendo lo scettro del governo a chi vince: questi, in estrema sintesi, i principali risultati su motivazioni e contenuti delle scelte elettorali emersi dall’indagine sulle opinioni di 2.000 elettori realizzata dal Censis all’uscita dei seggi in occasione delle recenti elezioni politiche. Una campagna elettorale tiepida ha comunque deciso la collocazione di poco meno di un terzo dei consensi, in particolare dei più giovani che, rispetto alle generazioni precedenti, si mostrano molto più pragmatici nella scelta. Se il momento elettorale riesce ancora ad attirare gli italiani, malgrado le ondate di critica della politica degli ultimi tempi, tuttavia per circa un quarto degli elettori nella quotidianità della loro esistenza il rapporto con la politica ha un carattere patologico, è scambio di favori, richiesta di soluzione di problemi personali che, altrimenti, non sarebbero in grado di risolvere. Soprattutto nei comuni più piccoli e al centro-sud, dalle emergenze sanitarie alla ricerca di un posto di lavoro sino all’accelerazione delle pratiche della pensione, è emersa l’abitudine a rivolgersi ad un politico per risolvere un problema, e spesso, per vedere tutelato un proprio diritto. E’ una torsione evidente della politica e delle istituzioni, che chiama in causa non solo il meccanismo di costruzione del consenso dei partiti che passa anche attraverso l’uso spregiudicato delle risorse pubbliche, ma l’approccio dei cittadini alla ricerca di scorciatoie per avere ciò che, spesso, spetterebbe di diritto. Il dato segnala come politica e società finiscano per rispecchiarsi, contribuendo in modo diverso al reiterarsi della stessa patologia, che sostituisce ai meccanismi trasparenti del mercato o dell’azione pubblica, l’intreccio perverso di interessi parziali e di uso dell’accesso privilegiato alle risorse pubbliche. Va ovviamente sottolineato che questa fenomenologia della politica come scambio riguarda una minoranza, sia pure robusta, di italiani, e tuttavia esercita un influsso negativo molto ampio se solo si pensa alle polemiche legate all’ondata di antipolitica o a quelle sulle oligarchie e i privilegi partitici. Dai dati, poi, si rileva che dalla prossima legislatura, in particolare dal governo, gli italiani, fortemente condizionati dalla percezione di vulnerabilità socioeconomica di cui l’erosione del potere d’acquisto è in questo momento l’espressione più manifesta, si aspettano non tanto e non solo una riforma della politica e delle istituzioni, quanto interventi razionalizzatori sulla spesa pubblica. Spicca, ad esempio, come nel tempo sia cresciuta la quota di elettori che chiede maggiori investimenti pubblici nelle infrastrutture e anche nei servizi pubblici essenziali come trasporti e rifiuti; così pure, in una elezione in cui il localismo come orizzonte politico di costruzione del consenso elettorale è stato dominante, spicca la richiesta crescente di potenziare il ruolo dello Stato centrale, garante dell’equilibrio tra le varie parti del Paese. Agli italiani è evidente la cesura che esiste tra il momento elettorale in cui il consenso si condensa localmente anche, e forse soprattutto, come reazione verso dinamiche socioeconomiche montanti (si pensi all’immigrazione e all’insicurezza diffusa), e il governo dei fenomeni (globalizzazione, crescita, grandi infrastrutture) non può che esercitarsi su dimensioni nazionali e addirittura internazionali. Anche se più disincantati rispetto al recente passato e tuttora preoccupati per le difficoltà, reali e/o percepite, nel fronteggiare il costo della vita, gli elettori, che hanno delineato un vincitore preciso nella recente tornata elettorale, si aspettano iniziative per un uso più razionale della spesa pubblica capace di migliorare aspetti di contesto vitali per la qualità della vita e la capacità competitiva dei rispettivi territori I FLUSSI ELETTORALI Come sono variati i voti fra 2006 e 2008 Per poter meglio comprendere il notevole cambiamento avvenuto nell’elettorato si è, innanzitutto, ricostruito anche attraverso opportune stime il quadro sintetico delle quantità in gioco. I votanti sono diminuiti del 4,5%, pari a circa 1.701.000 elettori in meno rispetto a quelli che votarono per la Camera dei Deputati nel 2006 (i dati si riferiscono al solo voto in Italia) (tab. 1) . Le più significative variazioni rispetto al 2006 riguardano la coalizione “Silvio Berlusconi”, dove circa 1.001.000 voti in meno del Popolo delle Libertà sono ampiamente compensati dall’incremento della Lega Nord e dal MPA che totalizzano circa 1.687.000 voti in più. Il saldo quindi è di circa 686.000 voti in più, pari a +4,2%. La coalizione “Walter Veltroni” guadagna complessivamente circa 383.000 voti, pari al 2,9%, ma come saldo fra 333.000 voti in meno del Partito Democratico e i 717.000 voti in più dell’Italia dei valori. Gli altri due partiti maggiori perdono consensi in misura assai pronunciata la Sinistra Arcobaleno (-2.774.000 voti pari a –71,2%) e significativa l’Unione di Centro (-530.000 voti, pari a –20,5%).
Pur nella mobilità delle alleanze, la stima effettuata dal Censis(tab. 1)
consente di dare una dimensione quantitativa alla valutazione di flussi
elettorali (ovvero “per chi avevano votato nel 2006 gli elettori dei diversi
partiti del 2008”). L’analisi dei flussi nelle due elezioni politiche del 2006 e del 2008 mette in luce che, fatto 100 l’elettorato del 2008 di ciascuna coalizione: - nel Centro sinistra oltre il 93% aveva già espresso il proprio consenso nel 2006, il 3% aveva votato per la Casa della libertà e lo 0,8% per l’Udc, mentre il 2,9% aveva votato scheda bianca o nulla o si era astenuto (tab. 2); - la coalizione di Centro-destra ha invece l’83,9% di elettori che gli hanno rinnovato il consenso, il 12,6% che aveva votato per la coalizione opposta, il 2,2% per l’Udc e l’1,1% si era astenuto o aveva votato scheda bianca o nulla; - nell’elettorato dell’Udc solo il 18,3% rappresenta elettori che avevano dato il proprio consenso all’Udc nel 2006, il 24,7% proviene dalla Casa delle Libertà e ben il 57% dall’ex Unione. In pratica, i flussi indicano una consistente fuoriuscita di elettori dal centro sinistra, intercettata dalla coalizione del centro destra e anche dall’Udc. La capacità del Centro Sinistra di attirare ex-votanti della coalizione opposta, così come la sua capacità di mobilitare elettori che nel 2006 non avevano espresso un voto, non è riuscita a compensare la fuga di consenso verso gli avversari, sia quelli tradizionali del centro-destra che in misura maggiore verso l’Udc, il cui elettorato maggioritariamente proviene dall’Unione, con tutta probabilità dall’area di Centro del Centro-sinistra. I fatti più rilevanti riguardano il quasi raddoppio di consenso alla Lega Nord, l’aumento consistente dei consensi all’Italia dei Valori e la riduzione a meno di un terzo dell’elettorato della Sinistra Arcobaleno. L’attuale elettorato della Lega è composto per il 43,3% di persone che avevano votato per questo partito alle elezioni del 2006, mentre ben il 56,7% è fatto di elettori che avevano votato per altri soggetti. In particolare, il 27,5% aveva dato il suo consenso a due dei partiti componenti l’attuale Popolo delle Libertà (Forza Italia e Alleanza Nazionale), il 20,4% aveva dato il suo consenso a Ulivo + Rosa nel Pugno + i socialisti, mentre l’8,7% si era addirittura schierato con gli attuali componenti della Sinistra arcobaleno (Rifondazione Comunista, Comunisti italiani e Verdi) ed un residuale 0,1% è arrivato da altri soggetti (tab. 3). L’elettorato dell’Italia dei Valori è composto dal 29% di elettori che ha confermato il proprio consenso rispetto al 2006, del 37,3% che aveva votato per l’Ulivo, del 12,9% che aveva votato per uno dei partiti dell’attuale Sinistra Arcobaleno e da un residuale 4% che aveva votato per Forza Italia o Alleanza Nazionale. Riguardo a dove siano andati i voti della Sinistra Radicale, dai flussi emerge che, di coloro che nel 2006 avevano espresso il proprio consenso a Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi (e hanno espresso il voto nel 2008), oltre il 37% si sono accasati nel Partito Democratico, il 19,3% sono rimasti nella Sinistra Arcobaleno, ben il 16,2% si sono spostati verso il Popolo delle Libertà, il 5,6% ha scelto l’Italia dei Valori, il 3,9% la Lega Nord e poco meno del 18% hanno votato altri partiti, oppure scheda bianca/nulla. Una migrazione sparsa del consenso del 2006, con addirittura una quota superiore al 20% che è saltata nella coalizione di centro-destra (tab. 4). Il profilo socio-economico degli elettori dei principali partiti Il Partito democratico ha un elettorato con una più consistente presenza femminile (le donne sono il 54,7% dei suoi elettori), è inoltre più alta rispetto agli altri partiti sia la presenza di giovani che sono il 18% del suo elettorato (ben il 35,6% dei giovani ha votato per questo partito), che, soprattutto, quella degli anziani (sono il 29,5% del suo elettorato), ed è maggiore la presenza di elettori che fanno parte di coppie con figli. Riguardo al titolo di studio tra gli elettori sono più presenti quelli con bassa scolarità (il 30,9% ha al massimo la licenza elementare), mentre geograficamente il partito risulta più radicato nell’area centrale, e più in specifico, nelle città con oltre 100 mila abitanti (33% del proprio elettorato). La consistente presenza di anziani determina il forte insediamento elettorale tra i pensionati (sono oltre il 29% dell’elettorato), mentre sono i dipendenti pubblici e privati le professioni più rappresentate. Oltre il 41% degli elettori si attribuisce un livello di reddito basso (tab. 5) Il Popolo delle Libertà: c’è equilibrio nel suo elettorato tra i sessi, come classe di età prevalgono i 30-44enni che sono il 33,9% dell’elettorato, più presenti rispetto agli altri partiti risultano i single (sono oltre un quarto dei suoi elettori), mentre per titolo di studio gli elettori risultano piuttosto equidistribuiti tra la media inferiore, il diploma e la laurea, mentre sono meno presenti coloro che hanno scolarità più bassa. Sul piano geografico pesa molto l’elettorato meridionale e, più in particolare, i residenti nelle città tra 5 e 30 mila abitanti (il 37,3% del suo elettorato) e quelli residenti in città tra 30 e 100 mila abitanti (il 26,3%, dato che si stacca di quasi cinque punti percentuali da quello medio). Quasi il 41% degli elettori è occupato a tempo indeterminato e più alta rispetto alla media è la presenza di casalinghe (oltre il 16%, sono il 14,5% del totale); le professioni che più si sono riconosciute in questo nuovo partito sono gli imprenditori e i liberi professionisti (sono il 22,6% del suo elettorato, mentre sono il 13% nel totale), nonché i commercianti e gli artigiani (sono oltre il 17%, di contro al 13,9% nel totale). La Lega: ha un elettorato a forte componente maschile (il 59,5% dei suoi elettori), sono più presenti i 30-44enni (sono oltre il 36% del suo elettorato), molto alta la componente di single (il 30,6% di contro ad una media del 22%), così come risulta che i possessori del titolo di media inferiore e del diploma sono molto più presenti. I residenti nei Comuni fino a 5 mila abitanti (oltre il 36% dell’elettorato di contro al 17,7% nel totale) e quelli nei comuni tra 5 e 30 mila abitanti (il 43,5% dell’elettorato, è il 37,2% nel totale) sono la componente essenziale in termini di localizzazione territoriale. Consistente la presenza dei pensionati (oltre il 32% di contro al 26% della media), e riguardo alla professione va segnalata la presenze dei dipendenti delle imprese private (quasi il 35% di contro al 28% degli altri partiti) e, in misura minore, dei commercianti e artigiani (15,3% dell’elettorato leghista, 13,9% della media). È particolarmente significativa la presenza di elettori che definiscono il loro livello economico come medio (il 58%, di contro ad una media del 52,8%). Unione di centro: questo soggetto politico presenta un elettorato piuttosto femminilizzato, abbastanza spalmato tra le diverse classi di età, nonché quote di single e coppie senza figli lievemente più alte rispetto alle medie. Partito dall’insediamento elettorale molto meridionale, con una robusta presenza di residenti nei comuni fino a 5 mila abitanti (il 24,6% dell’elettorato di contro al 17,7% del totale), e in quelli tra 5 mila e 30 mila abitanti (quasi il 42% di contro al 37,2% di media). Gli occupati a tempo determinato (oltre il 16% quando è circa l’8% del totale) e i pensionati (con il 30,2%) sono due componenti forti, così come i dipendenti pubblici e privati e le persone che definiscono basso il loro livello di reddito (il 47,7% di contro al 33,2% di media). IL RAPPORTO CON LA CAMPAGNA ELETTORALE E LA POLITICA Quali sono state le principali motivazioni di voto capaci di spiegare, almeno in parte, anche i flussi descritti? In primo luogo si consideri che, ancora una volta, i dati indicano che la campagna elettorale ha influito su una quota di elettori vicina a un terzo del totale (il 32%,(tab. 6) e anche questa volta la coalizione di centro sinistra ha potuto contare su una quota più elevata di persone che aveva deciso di dargli il suo consenso già prima della campagna elettorale (il 76,4%), mentre le coalizione di centro destra e quella dell’Unione di centro, al contrario, hanno conquistato quote più consistenti di elettori grazie alla campagna elettorale: il 34,2% il centro destra ed il 54,1% l’Unione di centro (tab. 7) È rimasta alta la quota di giovani che ha scelto in campagna elettorale (quasi il 43%, +1,6% rispetto al 2006), è aumentata quella degli uomini (+5,4% rispetto al 2006) e, soprattutto, quella tra i residenti al Sud-isole (+4,2%). Il 45% degli intervistati nelle recenti elezioni ha dichiarato di avere scelto sulla base della identificazione con i valori e gli ideali dello schieramento che ha votato, con una riduzione di 4,6 punti percentuali rispetto al 2006; a crescere in misura molto significativa è il peso del leader passato dal 13,7% del 2006 al 19,5% del 2008, il valore più elevato in assoluto dal 1996, e il richiamo ai comportamenti assunti dallo schieramento votato negli ultimi anni cresciuto dall’8,3% al 12,3% (tab. 8) . E’ crollato, invece, il richiamo ai programmi più convincenti passato dal 23,1% del 2006 al 16,1% del 2008. Il ritorno del leader (che nel Popolo delle Libertà è stata la motivazione prevalente per il 24,5% degli elettori) è probabilmente uno degli effetti di una campagna elettorale condotta anche dai partiti più piccoli all’insegna di una presonalizzazione estrema. In complesso il 22,8% degli elettori della coalizione di Centro-destra sono stati attratti dal leader, mentre il valore scende al 17,4% per il Centro-sinistra. Sui programmi si è discusso ben poco, sicuramente molto meno delle tre precedenti campagne elettorali quando il welfare nel 1996, la sicurezza nel 2001 e le proposte di abolizione dell’Ici sulla prima casa nel 2006 erano diventati temi chiave della contesa. Si è manifestato un interesse leggermente superiore nell’offerta del Centrosinistra rispetto a quella del Centro-destra (tab. 9). Quali sono le motivazioni di voto delle tipologie sociali più importanti individuate (tab. 10) ? Tra i giovani il peso di valori e ideali si è ridotto drasticamente rispetto al 1996 (-8,6%), ma soprattutto rispetto alle elezioni del 2006 dove ben il 53,3% (oltre –11%) aveva richiamato la comunanza ideale; le nuove generazioni che hanno avuto accesso al voto negli ultimi anni appaiono molto più mosse da motivazioni pragmatiche o di valutazione della capacità del leader rispetto a quelle precedenti. Anche per adulti e anziani si rileva una sia pure lieve contrazione della motivazione ideale, che invece risulta molto più marcata tra le donne e, in relazione alle aree geografiche, al centro dove la contrazione rispetto al 1996 è di 11 punti percentuali e di oltre 4 punti percentuali rispetto al 2006. L’indagine di quest’anno ha consentito di verificare anche il peso che fattori di natura più politica hanno esercitato sulle scelte degli elettori; a questo proposito, tra gli elettori intervistati è emersa in modo robusto la voglia di ridurre la litigiosità tra i partiti che impedisce al vincitore di governare (tab. 11) . Infatti, il 27,4% degli elettori indica nella volontà di ridurre la litigiosità tra i partiti, le divisioni che impediscono a chi vince di governare la ragione prima della propria scelta di voto; questa motivazione è importante soprattutto per gli elettori della coalizione formata da Partito democratico e Italia dei valori (33,7%), in misura nettamente minore per gli elettori della coalizione formata da Popolo della Libertà/Lega/Mpa (24,6%); per quest’ultimi conta, in misura più rilevante rispetto alla media, il richiamo alla tutela degli interessi, alla tutela della propria identità e quella degli interessi territoriali. Altri soggetti per i quali ha pesato la voglia di ridurre le divisioni partitiche e mettere il vincitore in condizioni di governare sono i residenti nel Nordovest (31,7%) e quelli nel Sud-isole (31,1%), i residenti nei piccolissimi comuni (31,6%) e nei comuni con popolazione tra 30 e100 mila abitanti (38,6%) e le persone con basso titolo di studio (37,1%). La semplificazione del panorama partitico come presupposto per rendere più efficiente la macchina istituzionale ha, quindi, giocato un ruolo nel determinare l’articolazione del consenso elettorale. Anche per le caratteristiche dell’offerta politica, gli italiani hanno perso di vista una collocazione ideale “al Centro” dove si posiziona l’8,9%, mentre entrambe le coalizioni maggiori risultano decisamente sbilanciate sulle estreme: il 27,7% degli elettori del Centro-destra si autodefiniscono di destra, mentre il 25,5% di quelli del Centro-sinistra, si autocollocano decisamente a sinistra (tab. 12) Certo che il tasso di partecipazione ancora una volta molto alto ha rappresentato una smentita di fatto dell’idea che le ondate di antipolitica degli ultimi anni potessero generare disaffezione anche verso il momento elettorale che, tradizionalmente, ha operato come un evento inclusivo dei cittadini nella vita politica. Tuttavia, rispetto alle precedenti elezioni si è in presenza di una partecipazione meno convinta, per molti aspetti più disincantata sugli impatti effettivi che la scelta di votare può avere sia sulla vita del Paese sia, soprattutto, sulla propria esistenza. Infatti, coloro che ritengono che il voto incida molto o abbastanza sul futuro del Paese sono il 57,2% degli elettori del 2008, con una riduzione del -7,7% rispetto al 2006; mentre quelli che pensano che il voto contribuisce a cambiare la propria vita e quella dei rispettivi familiari sono il 53,9%, -7 % rispetto alle precedenti elezioni politiche (tab. 13) . In sostanza, gli italiani sono andati a votare, ma con minori speranze anche rispetto ad un recente passato, su quali effetti concreti la loro scelta possa avere nel prossimo futuro. Del resto, il rapporto con la politica per molti cittadini è qualcosa di diverso rispetto alla scelta elettorale, si radica nella quotidianità della propria esistenza, assumendo connotati patologici. Infatti, l’indagine ha permesso di verificare se e in che misura gli elettori intervistati si sono rivolti ai politici per avere favori e/o risolvere un problema che da soli non riuscivano a risolvere. Ben il 23,1% degli elettori si è rivolto alla politica per avere aiuto nella soluzione di un proprio problema come, ad esempio, per una emergenza di salute (6,1%), per la ricerca di un lavoro per un figlio o parente (5,2%), per garantire i propri diritti sul posto di lavoro (4,4%), per accelerare una pratica della pensione (3,5%) o per la realizzazione di un servizio pubblico nel quartiere (3,4%). Politica come scambio, come ricerca di percorsi facilitati per avere accesso ad un servizio o semplicemente per vedere riconosciuto un proprio diritto: una patologia che chiama in causa sia il modo in cui i cittadini si rapportano ai soggetti politici e istituzionali sia la macchina che genera il consenso, utilzzando appunto in modo patologico la gestione o la facilità di accesso alle risorse pubbliche. Dall’incrocio con le variabili sociodemografiche emerge che gli adulti e gli anziani hanno fatto più ricorso all’aiuto dei politici, così come i residenti al Centro (30%) e quelli al Sud-isole (32,4%), i residenti nei comuni fino a 5 mila abitanti (27,7%), mentre la quota diminuisce all’aumentare dell’ampiezza dei comuni, fino a raggiungere il 13,9% nei comuni con più di 100 mila abitanti, così come si riduce all’innalzarsi del titolo di studio, visto che è il 25,6% dei possessori di basso titolo di studio ad avere chiesto aiuto alla politica per risolvere un problema proprio o di un familiare ed il 16,4% tra i laureati. Riguardo alla coalizione votata, è il 15,4% degli elettori del Partito Democratico e Italia dei valori, il 25,5% di quelli del Popolo delle Libertà/Mpa/Lega ad aver praticato la politica come scambio di favori (tab. 14) . C’è, comunque, da notare la maggiore ritrosia degli elettori di Centro-sinistra nel rispondere a tale domanda (unica domanda dove si è registrata una quota elevata di rifiuti in tutta l’indagine); il 37,0% degli elettori di Centro-sinistra contro il 34,3% di quelli di Centro-destra non hanno infatti risposto. Infine, per quel che concerne la funzione dei media e della comunicazione, le differenze maggiori per quanto attiene le due principali coalizioni riguardano un ruolo più pronunciato della televisione per PdL/Lega/Mpa e uno relativo più importante dei quotidiani per Pd/IdV(tab. 15) COSA SI ASPETTANO DAL FUTURO L’indagine ha consentito di delineare cosa gli italiani si aspettano dalla prossima legislatura, quali sono le priorità sulle quali più si concentrano le attenzioni. Un primo aspetto che può forse sorprendere in una elezione a cui sta seguendo una vera e propria ubriacatura di localismo, con conversioni repentine verso la centralità del territorio, è l’aumento della quota di italiani, passata dal 33,3% del 2001 al 46,1% del 2006 sino al 47,5% del 2008, che ritiene che in una nuova distribuzione di poteri tra le istituzioni occorre privilegiare il ruolo dello Stato centrale per assicurare l’equilibrio tra le varie parti del Paese; diminuisce, invece, la quota che richiama il potenziamento delle Regioni come rappresentanti degli interessi dei diversi territori (dal 39% del 2001 al 31,8% del 2006 al 28,4% del 2008), e risale lievemente (dal 22,1% del 2006 al 24,1% del 2008, dopo che era calato rispetto al 2001 quando il dato era risultato pari al 27,7%) la quota che vuole dare più potere a Comuni e Province perché sono le istituzioni più vicine ai cittadini (tab. 16) Una tale configurazione generale nasconde tuttavia un profonda differenza esistente fra le due coalizioni maggiori. Privilegiare lo Stato centrale è fondamentale per il 59% del Centro-sinistra, ma solo per il 39% del Centrodestra, dove naturalmente pesa l’elettorato della Lega (tab. 17). A questa richiesta di potenziare un soggetto che sovraordini le dimensioni territoriali più micro, si affianca la reiterata centralità della famiglia come soggetto sociale che, secondo oltre il 72% degli italiani (era stasto il 56,1% nel 1996, il 23,2% nel 2001) deve essere sostenuto dallo Stato per migliorare il benessere complessivo della società italiana; cala il consenso verso le imprese che sono indicate come il soggetto da sostenere per il benessere collettivo dal 16,9% degli attori, quando erano state indicate dal 23,2% nel 2001 e dal 24,7% nel 1996 (tab. 18). Consensi in picchiata, come strumenti del benessere collettivo, per le associazioni di volontariato (dal 9,2% del 1996 al 3,6% del 2006) e quelle di categoria (dall’8,2% al 5,5%). Emerge una duplicità di proiezioni, quasi opposte, che sembrano però integrarsi reciprocamente: verso l’alto e verso il basso, verso il macro che deve condensare le diversità localistiche e verso il micro immediatamente riconoscibile e identificabile, appunto quello familiare. Se la competizione elettorale ha mostrato che il consenso si costruisce ormai localmente, offrendo rappresentazione e visibilità, magari mediatica, alle problematiche specifiche, quotidiane, dei cittadini, questi ultimi sembrano avere chiaro che il governo degli interessi si svolge a ben altro livello, fuori dell’esasperazione localistica, con una quadratura nazionale o quantomeno metalocalistica. Infatti, la molecolarità degli interessi e dei percorsi di vita che i cittadini ritengono l’orizzonte ottimale della propria condizione, richiede un quadro di svolgimento più ampio di quello comunitario in cui ha trovato espressione l’insofferenza, anche politico-elettorale, a convivere con mutamenti repentini e incontrollati, come quello dell’immigrazione. Peraltro, è una società ancora fortemente coinvolta dagli effetti della vulnerabilità percepita e vissuta, dove il tema dell’erosione del proprio potere d’acquisto è essenziale. Non a caso cresce in modo significativo la quota di intervistati che di fronte all’ipotesi di una riduzione delle tasse dichiara che avrà maggiori risorse piuttosto che temere una riduzione dei servizi pubblici; si è, infatti, passati dal 56,2% del 2006 al 63% dell’attuale tornata elettorale, con punte di quasi il 71% al Nord-ovest e del 69,6% al Sud-isole, e con una relazione inversa con l’ampiezza demografica del comune di residenza (si passa da quasi il 70% in quelli fino a 5 mila abitanti a 57,2% in quelli con più di 100 mila abitanti) (tab. 19). Considerando l’incrocio per età degli elettori intervistati, la quota di coloro che pensano che il taglio delle tasse comporta più risorse individuali piuttosto che meno servizi pubblici è superiore al 60% tra i più giovani, sale ad oltre il 62% tra gli adulti e raggiunge oltre il 67% tra gli anziani. Riguardo agli elettorati dei singoli partiti, spicca il dato della Lega visto che è l’unico in cui prevale (con il 51,6%) la quota di intervistati che associa il taglio delle tasse al timore di una contrazione dei servizi pubblici. In questo quadro, è forte l’attenzione verso la spesa pubblica rispetto alla quale emerge un orientamento verso la razionalizzazione, visto che ad esempio rispetto ai settori dove va aumentata emerge il riferimento alle infrastrutture (indicate dal 10,4% nel 1996 e dal 24,2% nel 2008, +13,8%), ai servizi pubblici come trasporti, rifiuti ecc, (+6,7%), alle spese per ordine pubblico e giustizia (+6,5%) nonché alle prestazioni previdenziali citate dal 27,6% nel 1996 e dal 33,9% nel 2008 (tab. 20) . Nell’articolazione per coalizione emerge qualche significativa differenza. Più infrastrutture per il Centro-destra e più formazione per il Centrosinistra; più servizi sociali per Pd/Idv, mentre priorità per PdL/Lega/Mpa sono l’ordine pubblico e la giustizia (tab. 21) In discesa, anche se ancora indicate da quote molto significative, i servizi per la salute (33,4%, con una diminuzione rispetto al 1996 del –6,4%) è i servizi sociali (dal 19% al 14,5%), nonchè gli incentivi alle imprese (dal 15,7% al 5,6%). Anche in questa tornata elettorale il Censis ha verificato quali siano i settori in cui gli italiani ritengono prioritaria e urgente una radicale riforma, e da tali informazioni è stata costruita una graduatoria di valutazione delle cose fatte nei vari settori e un’agenda delle priorità riferita al futuro, confrontabile con quelle costruite nelle altre elezioni. Le posizioni in graduatoria non subiscono mutazioni di sorta, poiché ai vertici sono ancora sanità, previdenza e scuola che registrano un incremento delle quote di elettori che le richiamano rispetto al 1996, ma una diminuzione rispetto al 2006 (tab. 22) . Al governo gli elettori della coalizione del Centro-destra chiedono in particolare di accettare l’azione riformatrice innanzitutto su sanità, giustizia, previdenza e fisco. Per l’elettorato della coalizione di Centro-destra, vengono confermate sanità e previdenza (soprattutto innalzamento delle pensioni più basse) ma accompagnate da un miglior funzionamento della scuola e più tutele lavorative (tab. 23) . Appare più indicativa, in relazione alle aspettative sul futuro dei cittadini, l’evoluzione dei dati per età degli intervistati, da cui risulta che sia tra i giovani (+13,3% dal 1996 al 2006) che tra gli adulti (+8,9%) è cresciuto il richiamo alle norme di tutela del lavoro, mentre tra gli anziani si registra un +17,9% per quanto riguarda le la previdenza e un + 3% per la sanità (tab. 24). Per quanto riguarda la sfera della politica e il suo funzionamento, emerge il richiamo all’opportunità di mettere in piedi le primarie nei quali gli iscritti e i simpatizzanti di ciascuno degli schieramenti politici sono chiamati a scegliere i leader e i singoli candidati che poi dovranno rappresentarli nelle elezioni politiche vere e proprie; i favorevoli erano il 49,3% nel 1996 e sono diventati il 50% nel 2008, i contrari si riducono dal 22,7% al 16,6%, mentre coloro che non conoscono la questione sono saliti dal 28% al 33,4% (tab. 25). Altro tema chiave, anche della campagna elettorale, è quello dell’accordo tra le coalizioni per promuovere riforme istituzionali che viene ritenuto indispensabile dal 51,6% degli intervistati (rispetto al 52% del 1996), mentre cresce dal 12,5% al 16,3% il numero di coloro che pensano che è dannoso perché porta a soluzioni pasticciate (tab. 26). Se è trasversale la maggioranza di coloro che ritiene indispensabile o, quantomeno auspicabile, l’accordo tra maggioranza e opposizione per le riforme istituzionali, tuttavia emergono significative sacche di oppositori. Sono particolarmente in disaccordo i residenti al Sud-isole (23,2%), quelli che vivono nei piccolissimi comuni fino a 5 mila abitanti (20,8%), le persone con basso titolo di studio e, dato politico di rilievo, gli elettori del Popolo della Libertà (19,1%) e quelli dell’Unione di centro (20,4%). In generale, i cittadini guardano con un certo disincanto alla possibilità che la politica ed il governo riformino se stessi e il proprio modo di operare, ma si aspettano piuttosto un impegno per una spesa pubblica efficiente e indirizzata verso aspetti infrastrutturali che incidono sulla vita delle comunità. Guardando, infatti, al complesso dei cittadini italiani, a quell’80% di maggiorenni che hanno espresso il voto alla Camera, l’impegno prioritario delle istituzioni dovrebbe riguardare la riduzione delle disuguaglianze che si sono manifestate particolarmente a causa delle aperture prodotte dalla globalizzazione. Ma si ha consapevolezza che tale obiettivo sociale è possibile solo con l’aumento della competitività di sistema (meno tasse e meno vincoli burocratici allo sviluppo). Un alleggerimento burocratico e una maggiore trasparenza avrebbe significativi riflessi positivi per combattere la corruzione (tab. 27) Alta è la coscienza che la partita si giochi fra chi detiene maggiore potere (tab. 28) e cioè la grande finanza e le grandi imprese (soprattutto per il Centro-sinistra) e i dirigenti dei partiti politici (soprattutto per il Centrodestra). |
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