| E' nato DIACOBLOG.com ed è subito polemica: il '68 e la "Molle Gioventù" di oggi |
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| 03/01/2008 | |
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03 gen. - Quest'oggi Pierluigi Diaco inaugura la sua stagione con il proprio blog diacoblog.com (in linea dalle 19.00 circa) , i "clandestini" gli danno il benvenuto nelle pagine virtuali della blogosfera, sperando di leggere e proporvi i suoi post, per ora ci limitiamo all'articolo di oggi dalle pagine di Affari Italiani
in cui Pierluigi Diaco
ci invita ad una riflessione sul '68 e come questi anni abbiano
influenzato ed influenzino ancora oggi la cultura dei trentenni di oggi
definiti dallo stesso Diaco "Molle Gioventù" che "risentono delle
logiche di un sistema che la generazione del '68 ha contribuito ad
alimentare e sostenere".
- Contro il '68 - I giovani della rivoluzione? Fanatici e violenti. Noi trentenni di oggi siamo molto peggio: soli e molli.
L'estate scorsa il Ministro degli Esteri Massimo D'Alema, in un'intervista rilasciata a un settimanale, lamentava uno scarso impegno politico da parte della generazione a cui appartengo e rivendicava positivamente, quindi, la stagione del '68 di cui la sua generazione si è resa protagonista.
Ne seguì un dibattito autoreferenziale, appassionante solo per i soliti ex.
Purtroppo la "Molle Gioventù" di cui faccio parte, quella dei trentenni per capirci, si è sottratta alla discussione, dimostrando ancora una volta di essere incapace di prendere di petto la politica e la storia del Paese.
Una debolezza intellettuale e culturale, quella dei trentenni italiani, che quotidianamente ho modo di certificare nel filo diretto radiofonico che tutte le notti conduco su Rtl 102.5.
Voglio subito essere chiaro: non credo affatto che il '68 abbia prodotto nella società e nella politica una rivoluzione tale da offrire a tutti, soprattutto ai più giovani, l'opportunità di valorizzare il proprio talento e le proprie risorse personali.
Quella stagione si è resa protagonista evidentemente di un fanatismo politico e culturale che ha saputo esprimersi perfino con la violenza delle parole e delle armi.
Al contrario, la nostra generazione, apparentemente più apatica e disillusa, si batte tutti i giorni, magari in silenzio e senza la forza di un movimento politico rappresentativo, affinché negli ambienti di lavoro la meritocrazia, il talento e la passione prevalgano sulla spartizione partitocratica che la generazione di D'Alema, cioè la stessa che ha avuto il privilegio di vivere il '68, ha imposto pesantemente, negli ultimi quarant'anni, in tutte le aziende pubbliche italiane.
Nel nostro Paese migliaia di giovani, laureati e non, combattono quotidianamente, se pur senza un'adesione completa a un partito, per cambiare o almeno modificare le logiche di un sistema che la generazione del '68 ha contribuito ad alimentare e sostenere.
Noi siamo un'altra cosa, e semmai dovessimo decidere di organizzarci per combattere contro qualcuno e quindi per il miglioramento della nostra qualità della vita, sicuramente non troveremmo nella generazione dei D'Alema dei complici, ma dei nemici anche un po' ipocriti.
Questo però non giustifica affatto la mediocrità politica e culturale della "Molle Gioventù".
Alla radio ricevo, tutte le notti, centinaia di sms e telefonate di ragazzi e ragazze già "stanchi", disillusi, sconfitti, tristi.
Le loro voci hanno un tono agrodolce, alcuni sono anche non privi di buoni argomenti, altri teneramente conviti che "la società non ci offre spazi per emergere", altri ancora sofferenti perché "non possiamo accedere a un mutuo per comprarci la casa".
Quella che emerge, ogni notte, è soprattutto una pericolosa e quasi vigliacca paura nei confronti della politica.
I giovani italiani non conoscono il potere, non sanno cosa significa, non masticano la materia, ne hanno timore, lo contrastano con automatismo generazionale, ma soprattutto non hanno nessuna buona ragione per credere che un giorno il potere e la responsabilità potrebbero anche toccare a loro.
Certo la generalizzazione è un rischio che si corre quando si parla di una categoria così vasta, allegra e gioiosa come quella dei ragazzi sotto i trent'anni, ma non c'è dubbio alcuno che in giro non si sente fame di vita, di esperienza, di sogno.
I migliori della mia generazione sono pronti solo a giocare la partita esclusivamente da soli, in un'overdose di individualismo acuto.
E pensare che basterebbe un gesto simbolico e di rottura per cambiare marcia: smettere di fare i "padri" e le "madri" dei nostri genitori insoddisfatti e frustrati, e cominciare a prenderli a schiaffi, costringendoli a tagliarci finalmente quel cordone ombelicale che ancora ci lega maledettamente a loro.
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