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Ultimo aggiornamento: 07.07.2008 ore 04:25
WEB E’ DEMOCRAZIA? ATTENTI ALLE MANIPOLAZIONI Stampa E-mail
27/04/2008

27 Apr. - La libertà è partecipazione, è il ritornello di una vecchia canzone di Giorgio Gaber. In quest’era digitale, ci si casca volentieri nella retorica tecno-entusiastica di Beppe Grillo sulla grande libertà di informazione e possibilità di partecipazione democratica resa possibile da Internet.

web-20-bubble280x200.jpgO meglio dal «Web 2.0», termine di moda per definire quella rete sociale globale che celebra il trionfo dei «dilettanti» e dà l’illusione ai singoli cittadini di contare allo stesso livello dei governi e delle multinazionali, almeno online. Ma attenzione, avvertono gli studiosi del fenomeno, a non confondere le straordinarie potenzialità del mezzo con una conquista di e-democrazia, tutt’altro che raggiunta. Anzi: sempre più un miraggio.

«Il fenomeno Grillo in Italia» è una forma di «cyberpopulismo», democrazia plebiscitaria elettronica che trova in Internet uno strumento non meno adeguato della vecchia tivù, sostiene Carlo Formenti, autore di Cybersoviet (sottotitolo «Utopie postdemocratiche e nuovi media»). Secondo Formenti la retorica del Web 2.0 sta alimentando illusioni sulle prospettive della democrazia digitale.

Grillo attribuisce ai nuovi media elettronici un ruolo rivoluzionario puntando sulla «postdemocrazia come utopia»: dove le decisioni non vengono prese a colpi di maggioranze o minoranze, ma all’unanimità, attraverso il convincimento reciproco e l’attribuzione di leadership nei confronti di chi si conquista la fiducia del gruppo. Ma attenzione: da una parte i blogger in vetrina riducono la sfera pubblica a sommatoria di conversazioni private e indeboliscono la capacità di influire sul sistema politico e mediatico. Dall’altra non ci sono garanzie di trasparenza, che deve essere «asimmetrica»: controllo dei governi che devono operare in una «casa di vetro», ma tutela per il diritto alla privacy dei cittadini.

I cybersoviet sono le comunità virtuali create dal popolo della rete. E di conseguenza la democratizzazione del Web 2.0 non prelude a una presa del potere dai parte dei produttori/consumatori, bensì «all'espropriazione capitalistica dell'intelligenza collettiva generata dalla cooperazione spontanea e gratuita di milioni di donne e uomini».

La tecnologia «dà l'illusione di aprire le porte alla libertà, ma poi spesso ci si ritrova in stanze vuote chiuse a chiave» avverte Stefano Rodotà, ex Garante per la privacy. Un esempio? The Economist cita la falsa e-democrazia di un indirizzo Internet diponibile per comunicare con un premier, che in realtà collega i cittadini solo a un computer: in cambio di questa promessa di accesso, subiamo la volontà di controllo di governi e aziende. «Il potere politico ed economico sa oggi infinitamente più cose sui cittadini di quante essi non ne sappiano sui potenti».

Dal Web 2.0 emergono nuove disuguaglianze, smentendo il mito di una nuova «giustizia distributiva»: il cosiddetto «digital divide» non si riferisce solo a chi ha e chi non ha accesso a Internet, ma alla stratificazione sociale che si crea fra differenti categorie di utenza: l’élite rispetto alla massa. «E’ ora di decostruire l’inganno del Web 2.0», sintetizza il teorico dei media australiano-olandese Geert Lovink, nella raccolta di interventi dal titolo «Web 2.0: Internet è cambiato. E voi?») di Vito di Bari. «Invece di celebrare i “dilettanti”, dobbiamo sviluppare una cultura di Internet che aiuti i “dilettanti” (in maggioranza giovani) a diventare “professionisti”». Perché Beppe Grillo riempie le piazze, ma sono sempre troppo poche le voci che chiedono ai governi di adottare e applicare regole chiare e condivise per l’e-democrazia. (Anna Masera)

Commenti (2) >>
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scritto da cecilia, aprile 27, 2008

hai perfettamente ragione,ma nn solo i governi e i governanti nn hanno interesse a ciò ma anche gli utenti, meglio vedere e ascoltare che impegnarsi con la mente.

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scritto da Claudio M '58, aprile 27, 2008

Grillo con l'E-democracy non centra affatto.
Lui è l'immagine dell'unione di più voci di contestazione e controllo delle politiche e degli interessi del governo, ma non chiama a partecipare all'azione di governo, semmai il contrario.
In toscana hanno fatto un primo tentativo circa 4/5 anni fa di attivare una sorta di E-democracy che coinvolgesse i cittadini in alcune e nemmeno molto imporetanti scelte amministrative, FALLITA miseramente a causa dell'assoluto disinteresse degli amministratori o forse dalla paura degli stessi che gli venisse tolto piano piano un pò di potere.
Da anni la vera sinistra si batte per iniziare concretamente questo processo, ma per ora abbiamo ricevuto solo parole di sostegno e "concreto interesse" o la stesura di una consistente dichiarazione di intenti a cui hanno lavorato un pò tutti, ma qualcuno anche con lo stipendio (vedi commissioni varie).
Questo per dire che siamo ancora lontani da una mentalità politica che lavori nell'interesse della comunità, in Venezuela Chavez ha inserito la democrazia partecipativa nella costituzione, ma non era l'europa la culla della cultura del mondo moderno?
Da anni nel mio piccolo comune, comunisti all'opposizione del PD, stiamo cercando di iniziare un confronto che dia inizio ad un breve percorso di democrazia partecipativa che, sintetizzando e per farmi capire meglio da tutti, permetta alla popolazione residente di decidere in merito all'avanzo di amministrazione; per tutta risposta, sentendosi in pericolo, hanno cercato solo di denigrarci fino al punto che abbiamo dovuto chiedere l'intervento del prefetto.
Va detto che comunque a onor del vero chi ci ha provato con una maggioranza di destra non gli è mancato nulla, fino agli insulti diretti.
Per concludere, senza chiamare in causa Grillo che su questo tema sta facendo ne più ne meno che la sua parte, la rete è solo uno STRUMENTO che a differenza della TV è bidirezionale e quindi fa più paura al potere politico-economico, ma che richiede maggior impegno anche all'utente e che quindi per crescere ha bisogno di un processo culturale.
Non credo che in Italia ci sia questo interesse e meno che mai da parte del nuovo governo, immaginatevi cosa vorrebbe dire per il nuovo e vecchio presidente del consiglio una popolazione interattiva e non più alloppiata davanti alla TV.
Claudio

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